Capitolo I
Wienerwald, Vienna - 14 gennaio 2018
Freddo, Silenzio, Oscurità.
La cacciatrice maledisse ancora una volta la sua dannata
scelta. Erano passate ormai quattro ore da quando aveva iniziato
l'appostamento, eppure nessun uomo - o meglio - nessuna creatura era entrata o
uscita dalla casetta di legno di ippocastano nel cuore della foresta. La sua
mimetizzazione era perfetta: accovacciata tra le radici di un grande albero,
indossava un abito verde scuro ed un pantalone nero, indumenti che aveva avuto
la cura di impregnare di terriccio; a tenerla calda solamente un cappotto nero
ed un berretto di lana color fuliggine, il quale, a dire il vero, stonava un
po' con la scelta di colori; era però appartenuto a qualcuno che le aveva
significativamente cambiato la vita - non riusciva a decidere se in meglio o in
peggio. Accanto a lei, nascosto nell'ombra, un leoncino di peluche faceva la
guardia al suo zaino con aria spavalda. Di tanto in tanto la cacciatrice
voltava appena il capo verso l'animaletto dalla buffa espressione, e un sorriso
malinconico si inseriva prepotentemente tra le sue rotonde guance, rosse per il
freddo pungente che permeava la zona.
D'un tratto, notò che la finestra a lei più vicina si
illuminò di un riflesso rossastro; probabilmente era stato acceso il camino.
Aveva atteso abbastanza. Non passò nemmeno un secondo: la lama argentea era già
pronta nella sua mano destra. Per avere una maggior sensibilità nella presa,
aveva lasciato il guanto destro nello zaino. Silenziosamente scattò attraverso il
fitto sottobosco, fino ad arrivare all'albero più vicino alla porta;
attentissima anche ai minimi particolari, mentre si mosse trattenne il respiro
per non lasciare nuvolette di condensa che potessero identificare la sua
posizione. La sua statura di appena un metro e sessanta centimetri le
consentiva di muoversi accovacciata senza essere vista dal demone, se fosse
passato accanto alla finestra.
"Il demone,
già, quello sporco bastardo."
Era sempre stata fredda quando cacciava, a prescindere
dalla preda. Era calma e nessuna emozione la turbò mentre prendeva la testa del
Lord Vampiro a Tirana, o quando inferse la ferita mortale al Leviatano che si
nascondeva poco lontano da Nizza, o quella volta che inseguì il demone Baal per
tutta la Danimarca -
demone a cui aveva sottratto la lama che stringeva forte nella mano destra. Mai
nessuna creatura, per quanto potente, l'aveva fatta vacillare, neppure per un
singolo istante. Era proprio questo il motivo per cui i suoi colleghi americani
la reputavano la cacciatrice più infallibile d'Europa. La chiamavano "The
Diamond Huntress," perché bella come una pietra preziosa e nulla poteva
scalfire il suo animo o le sue convinzioni, nulla l'aveva mai fatta vacillare.
Eppure, quella notte, la cacciatrice tremava.
Qualche anno fa non avrebbe mai creduto di percorrere
quella via. Aveva un marito che amava, amici sinceri, un piccolo appartamento
nel cuore di Parma, in Italia, ed un lavoro soddisfacente: tutto quello che le
bastava per essere felice. Venne a parte dell'esistenza dei demoni nei libri
esoterici di uno scrittore americano. Aveva sempre creduto che fossero solo
racconti fantastici, piacevoli da leggere la sera al ritorno da lavoro. Si
dovette ricredere, quando il suo compagno venne ucciso da un demone facendole
scudo con il suo corpo, mentre rincasavano da una serata al cinema con amici.
Prima che il demone potesse carpire anche la sua vita, un cacciatore esperto,
sulle tracce del mostro da diversi mesi, riuscì a metterlo in fuga; tratta in
salvo la ragazza, scioccata ed in lacrime, le raccontò la verità, su tutto. Le
storie che si tramandano dall'alba dei tempi su creature malvagie, demoni,
angeli, divinità - più spesso crudeli - sono per la maggior parte veritiere.
Non passò molto prima che Layla accettasse quel "lavoro". Ne passò
ancora di meno, prima che diventasse la migliore.
Negli anni successivi scoprì che quasi tutto quello che era
scritto nei libri di paura fantastici era accaduto realmente. Aveva avuto degli
sporadici contatti via e-mail con tanti altri cacciatori che le suggerirono le
piste da seguire per stanare le numerose prede poi cadute per sua mano. Uno di
questi, Garret, le passò le informazioni per trovare il demone che uccise
l'uomo che amava: foresta di Wienerwald, Vienna.
Ed ora era lì: tremava, non per il freddo, ma per la
rabbia.
Strisciò fino alla porta, a cui si appoggiò con le spalle
per riprendere fiato.
"Sei sicura di voler andare da sola? Choronzon non è
un demone comune…"
"Non importa. Potrebbe essere anche il re degli inferi
in persona."
"Oh, credimi, il re degli inferi è un idiota. Un
burocrate, se vuoi. Ma Choronzon no. È tanto ingegnoso
quanto violento; una volta scelta una vittima non la molla più, e chiunque
venga catturato da lui subisce immani sofferenze."
"Immani sofferenze? Proprio ciò che ho in serbo per
lui. Chiudo."
"Diamond non essere testarda! Diamond? Diamond!"
La porta di legno esplose in centinaia di frammenti,
alzando un gran polverone: appena fu ripristinata la visibilità, gli occhi
della cacciatrice e di Choronzon si incrociarono per la seconda volta dopo
tanti anni. Diamond si ripulì rapidamente la spalla sinistra, con la quale
aveva sfondato l'uscio. Un unico movimento fluido, il pugnale imbevuto d'acqua
santa fendette l'aria, ruotando due volte prima di conficcarsi in profondità
nell'addome del demone. Schiumando di rabbia e dolore, Choronzon osservò gli
occhi color ambra della cacciatrice, che pareva aver ritrovato il controllo
sulle proprie emozioni. Quello che successe dopo, la cacciatrice lo aveva già
previsto: il demone scaraventò la ragazza contro il muro, sollevandola con i
suoi poteri oscuri. Ciò che non si aspettava era che il medaglione sacro non
ebbe effetto contro il potere del demone e non le evitò il forte colpo contro
la parete. Diamond cadde a terra ma, stringendo i denti fin quasi a farsi male,
si proibì di perdere i sensi: con la mano sinistra raggiunse la bottiglia
d'acqua benedetta nella tasca del cappotto; il demone notò il trucco e,
concentrando i suoi poteri sul polso della ragazza, lo bloccò contro il muro,
impedendogli di muovere la mano.
"Davvero credevi che questo sarebbe bastato?"
Ruggì con voce tetra, gutturale. Rimosse lentamente l'arma dal suo corpo, senza
perdere la concentrazione, per tenere la cacciatrice immobile. "Che
delusione", aggiunse sogghignando.
Choronzon come al solito aveva assunto il controllo del
corpo di un bellissimo e giovane ragazzo. Tanto vanitoso quanto potente,
riusciva a incutere timore anche al più saldo degli uomini. Non a Diamond.
La cacciatrice sosteneva il suo sguardo senza paura.
Con uno sforzo immane, richiamando a se gli insegnamenti
appresi in Tibet sul resistere alle forze oscure, trasse la bottiglietta dalla
tasca e, con un unico movimento del braccio sinistro, la scagliò contro il
proprio avversario, vincendo il controllo che egli imponeva su di lei. Era la
sua ultima speranza, si infranse quando vide il demone deviare l'attacco con
gli artigli, che si bruciarono a contatto con l'acqua santa.
La risata di Choronzon era lugubre, tetra,
sadica. Aveva vinto ancora e già pregustava l'orrido banchetto che avrebbe
consumato di lì a poco. Diamond tentava di dimenarsi, di sfuggire da quella
presa invisibile, senza successo. Osservava il corpo del demone sanguinare per
la ferita infertagli. Era sicura che quell'arma avesse potuto epurarlo una
volta per tutte, ma Baal le aveva giocato un infido tranello prima di morire.
I passi di Choronzon erano pesanti sul pavimento
di legno. La sua risata incontenibile veniva alimentata sempre più
dalla consapevolezza della cacciatrice che la fine era ormai giunta.
Ma Choronzon, osservandola da vicino, non trovò sul suo volto
l'espressione che si aspettava:
Diamond aveva chiuso gli occhi, da cui sgorgavano pesanti
lacrime che trascinavano il trucco leggero; sorrideva, tremolante il labbro
inferiore. Sorrideva a labbra strette, pensando che finalmente avrebbe rivisto
l'amore perduto. Non le importava nulla, non avrebbe provato alcun dolore nella
morte, anzi, comprese solo allora quanto l'aveva desiderata per tutti questi
anni. Quanto l'avesse bramata. Non avrebbe sofferto nell'essere torturata, non
quanto ebbe sofferto ogni giorno nel risvegliarsi in un mondo in cui non
esisteva lui.
"Derek, amore mio…"
Piangeva, e sorrideva, e non apriva gli occhi, teneva le
palpebre premute l'una contro l'altra. Non le interessava più Choronzon,
la caccia, i mostri. Non faceva più parte di lei il dolore, la paura,
l'inseguimento. Tremava, piangeva, ed attendeva la fine.
Eppure
Passavano secondi interminabili da
quando Choronzon aveva smesso di ghignare, e nulla accadeva.
Diamond dischiuse appena le palpebre, ancora umide per le
lacrime, e una luce intensissima accecò i suoi occhi. Alzò istintivamente le
mani a coprire il suo sguardo, ma riacquistò la vista solo qualche attimo dopo.
Era lì davanti a lei: una figura alta, dai capelli argentei
e le ampie ali piumate, bianchissime. Una tenue luce rischiarava la pelle
pallida, resa perfetta dall'assunzione nella città bianca. A quanto pare,
esistono alcune eccezioni. A quanto pare, esistono anime così buone e pure da
essere scelte per diventare vessilli del signore. La creatura le sorrideva,
come faceva un tempo, mentre stringeva le proprie braccia attorno alla schiena
di Choronzon in un abbraccio mortale, una morsa da cui non vi era scampo,
non per un demone. La creatura di luce indicò con lo sguardo la lama di
acciaio angelico che aveva lasciato ai piedi della cacciatrice. Lei seppe
subito cosa fare, ma esitò. Liberata dal controllo del demone - non più
concentrato su di lei - raccolse con entrambe le mani l'arma sacra, ancora
tremante. Copiose lacrime continuavano a scorrere sulle sue guance rosse. Era
lui, era lì davanti e lei doveva nuovamente dirgli addio.
Non...
Non era giusto.
Non era giusto.
Non era affatto giusto.
Pensieri e sentimenti contrastanti venivano repressi dalle
azioni della cacciatrice, che si alzò stringendo l'arma fra le mani, quasi non
fosse lei a controllare il proprio corpo. Le urla di terrore
di Choronzon non le importavano, quasi non le udisse. La casetta di
legno, il bosco, non esistevano più per lei. C'era solo lui ed il suo
nemico e Diamond sapeva che l'unica cosa giusta da fare era trafiggerli
entrambi, altrimenti il demone sarebbe scappato e avrebbe fatto del male ad
altri innocenti, avrebbe rovinato altre vite, portato dolore e morte. Doveva
proteggere quelle persone, era il suo compito in quanto cacciatrice. Se
l'angelo avesse lasciato la
presa, Choronzon sarebbe semplicemente scappato dal corpo che
possedeva, ritornando agli inferi per riorganizzarsi. La cacciatrice si avvicinò
alle due creature, rapita dal dolce sorriso dell'unico suo amore, dolce,
dolcissimo. Lui le sorrideva, incurante del dolore provocato dagli artigli del
demone che scavava sempre più a fondo nel suo petto nel disperato tentativo di
trovare una via di fuga dalle forti braccia dell'angelo. Derek avrebbe retto
ancora per poco, Diamond lo sapeva. Allora, spinta da risolutezza, alzò l'arma
e affondò.
Diamond conserva un ricordo vago di quello che successe
quel 14 gennaio. Ricorda di aver affondato la lama nella carne del demone.
Ricorda che l'intera figura di Choronzon, o meglio, del corpo che
ospitava Choronzon, si illuminò di una potente luce bianca, che brillò sul
suo volto a lungo prima di spegnersi, spegnendosi con essa l'esistenza del
demone, per sempre. Quando l'accecante luce si attenuò, gli occhi color
ambra di Diamond videro una casa in disordine, con una porta in frantumi e sei
orme di piedi davanti a lei, attorniate da un residuo nerastro, quasi fosse
esplosa una batteria di petardi.
Un momento: tre paia?
Si precipitò fuori e alzò lo sguardo verso sprazzi di un
cielo stellato incorniciato dalle chiome degli alberi. Un frullo di ali, in
lontananza, alcune piume sul selciato davanti a lei, la spada bianca di acciaio
angelico conficcata al suolo.
Diamond sorrise. Non sapeva come, ma l'avrebbe trovato.
Poco lontano, su uno dei rami più alti di un ippocastano
cresciuto a ridosso della collinetta antistante la casa, due angeli osservarono
la cacciatrice raccogliere le sue cose e correre via, allontanandosi
dall'abitazione.
"Angelo del Signore, fratello mio." esordì la
figura femminile in armatura dorata. "Come promesso ho mantenuto la parola
data: ora tocca a te offrirmi aiuto."
"Non so come ringraziarti, arcangelo Jeudiel. Non mi
tirerò indietro, mi unirò a te per catturare Abigor."
Un forte rumore di ali piumate in volo pervase l'aria,
in quella fredda notte di gennaio.
La cacciatrice sorrideva.
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Capitolo II
Kotor, Montenegro - 26
gennaio 2018
Fatica, Aspettativa, Tensione.
Gli occhi color caramello della
cacciatrice scrutarono avidamente la roccia viva, alla ricerca della serratura
arcana opportunamente occultata da antichi rituali. Ventinove ore senza
chiudere occhio, a vagare, sola, ormai lontana dalla città di Kotor, con una
pioggia battente a intessere un fastidioso sottofondo, e solo un misero indizio
su ciò che stava cercando da quasi due settimane. Dalla cintura le tre lame
penzolarono tintinnando tra loro, seguendo indifferenti le studiate movenze
della ragazza. Quella centrale, un gladio affilato sottratto ad un trickster
affrontato anni or sono in Russia, grondava liquido scarlatto, imbrattando il
pantalone scuro della cacciatrice. Piccole mani poco curate, scorticate e
sanguinanti in alcuni punti, scorsero imperterrite sulla pietra, graffiandosi
di tanto in tanto, alla spasmodica ricerca del passaggio; il pesante zaino da
viaggio gravava sulle spalle esauste, rendendo estremamente complicato ogni
movimento. Tre corpi giacevano riversi poco lontano; un tempo posseduti da
demoni minori, ora freddi cadaveri epurati dai loro ospiti soprannaturali.
Passarono pochi attimi ancora, prima che la stanchezza prese il sopravvento.
La cacciatrice si voltò, e si
poggio al muro, scorrendo su di esso fino ritrovarsi seduta su un suolo
polveroso ed umido. Sfilò con un unico movimento lo zaino dalle spalle e se lo
mise davanti, iniziando a frugare alla ricerca di una razione di cibo sintetico
in scatola: orrendo di sapore come poche cose al mondo, ma contenente tutti i
nutrienti necessari a sostenerla per molto tempo. Al pari di altri strumenti
contenuti nello zaino, e armi nascoste che portava sotto i vestiti, lo aveva
progettato e realizzato personalmente: aveva scoperto infatti che la sua vasta
conoscenza della chimica, della fisica e delle scienze in generale serviva
ottimamente il suo lavoro. Trasse da una tasca interna del bagaglio una
scatoletta rossa ed uno strumento dalla forma rettangolare ricavato da uno
strano minerale iridescente. Diamond usò lo strumento a mo' di cucchiaio,
portando alla bocca brandelli di quella disgustosa poltiglia violacea. La
pioggia batteva inclemente su di lei, che si trovava in un punto non riparato
dalle alte formazioni rocciose. Fiumiciattoli fangosi scorrevano poco distanti,
passando accanto ai cadaveri dei demoni, mutando quindi in rivi vermigli. Il
leoncino di peluche la osservava sorridente dallo zaino aperto. La cacciatrice
sorrise alla volta dell'animaletto, che riusciva sempre a donarle un ricordo
lieto, di quando il soprannaturale non era entrato nella sua vita.
Dopo aver trovato una rientranza
nella parete rocciosa a qualche metro da terra, la cacciatrice vi ci si
rannicchiò, coprendosi con una copertina nera recante la sua effige - un
teschio bianco dal ghigno provocatorio - e portò alle orecchie, scostando i
lunghi capelli castano chiari, le cuffie del lettore mp3. Ascoltando la canzone
preferita dal suo lui, "Hallelujah" di Jeff Buckley, chiuse gli
occhi, e si assopì.
Quando aprì gli occhi, Diamond si
riscoprì legata ai polsi da catene arrugginite che le mordevano la carne e la
tenevano bloccata al muro; voltando appena il capo, notò essere un freddo
pilastro di metallo scuro. Abbassando lo sguardo scoprì che il dolore
lancinante che proveniva dalla gamba sinistra era dovuto ad un dardo in essa
conficcato, il quale, ad ogni tipo di movimento, inviava scariche di dolore
acuto. La gamba destra era invece l'unico arto lasciato libero. Si guardò
intorno, e prese nota del fatto che, a semicerchio intorno a lei, si estendeva
un'oscurità innaturale, delimitata da una nebbiolina nerastra, mentre subito
davanti a lei una candela quasi del tutto consumata era installata su un
sottile bastone di legno confitto al suolo. Sentiva un gran numero di sguardi
puntati su di lei, ma i duri addestramenti a cui si era sottoposta in passato
le concessero il coraggio necessario per non cedere al terrore.
"Tre giorni" sussurrò
da un punto imprecisato una voce sottile, gelida.
"Chi sei? Fatti
vedere!" gridò con voce imponente la cacciatrice.
"Tre giorni trascorsero da
quando posasti piede nel mio territorio che mi appartiene, nel mio reame"
Sussurrò la voce, più vicina.
Come la farfalla esce dal bozzolo
una volta matura, dalle tenebre emerse una figura imperiosa e torreggiante, che
incuteva autorevolezza al sol guardarla; al posto degli occhi recava due
profondi abissi, un cranio privo di
capelli, appariva alto e muscoloso, con parole in una lingua ormai dimenticata
da tutti impresse a fuoco sul torace e sulla testa. Man mano che avanzava, due
paia di lunghe ali nere, fatte dello stesso materiale dell'oscurità da cui proveniva,
sbucavano fuori da essa, trascinando dietro di loro la nebbiolina nerastra.
"Tre giorni ho desiderato la
tua carne. Ne avvertivo il sapore, la consistenza. Non potei più aspettare:
dovevo averti, subito!". Il loquire della creatura era calmo e monotono.
"Vediamo" rispose la
cacciatrice pensierosa "Direi… otto."
La creatura si arrestò
incuriosita da quelle parole prive di senso. Denudò quattro file di denti
aguzzi in un sorriso innaturalmente spaventoso. Chiunque sarebbe crollato a
quella vista; non la cacciatrice, non Diamond.
"Otto?" Chiese
divertita la creatura, che mostrava segni di impazienza.
"Otto minuti. È il tempo
che ti concedo per liberarmi e scappare." La cacciatrice era serissima, lo
sguardo puntato sul suo carceriere, evitando accuratamente di non battere le
ciglia per non perdere il minimo movimento.
La risata del mostro invase
l'aria tutt'attorno ai due. Rise cinicamente per almeno due minuti, mentre gli
artigli delle zampe superiori battevano contro i suoi quadricipiti, a voler
enfatizzare la reazione. Se l'intento era quello di spaventare la ragazza,
aveva fallito miseramente.
"Nessuno ha mai insultato a
tal punto Inuus, re degli Incubi. La tua morte sarà lenta e colma di
sofferenze!" ruggì la creatura delle tenebre schiumando rabbia causata
dalla quasi indifferenza della fanciulla: "Mi divertirò col tuo corpo e
poi strapperò la tua pelle, banchetterò con i tuoi organi, uno ad uno, ricaverò
una collana dal tuo cuore!"
Vomitate altre parole colme di
odio, Inuus si riversò sulla ragazza, allargando entrambi i gomiti, puntandoli
verso l'esterno, con le mani artigliate protese verso di lei. Calò il silenzio,
quando il mostro si fermò a mezzo metro da lei, in piedi e curvo in avanti. La
guardò con occhi tremanti, corrucciando la fronte. Abbassando lo sguardo vide
un'arma ricavata da un osso fuoriuscire dalla punta dello stivale destro della
cacciatrice per conficcarsi a fondo nel suo addome. Rialzò il capo, per notare
in un secondo momento il sorriso beffardo di Diamond.
"Sono mortificata, Inuus, re
degli incubi" scandì lentamente la ragazza.
"Non ho tenuto fede alla mia
parola: sono passati solo sei minuti."
L'incubo ruggì, ma prima che
potesse riversare su di lei la sua collera, la ragazza aveva già cominciato a
salmodiare le parole in enochiano necessarie ad attivare il potere nascosto
della lama d'osso: estirpare dal mondo la creatura malvagia da essa ferita. Al
termine della formula, l'oscurità attorno a lei si dissolse, e le catene, il
pilastro, la candela, e Inuus sparirono per sempre.
Aprì nuovamente gli occhi, e
questa volta si ritrovò nella sporgenza in cui si era rintanata per ripararsi
dalla pioggia. Sentiva l'adrenalina nel proprio corpo, si sentiva riposata e
fremente allo stesso tempo. Senza aspettare oltre, scivolò lungo la parete per
ritornare sul fondo della vallata. La pioggia era cessata da chissà quanto, e
un sole luminoso e caldo gettava i suoi raggi nelle insenature non coperte
dalla roccia. Dopo aver annotato nel proprio diario di caccia l'uccisione
dell'ennesimo incubo (la sua calma di poco prima derivava dall'esperienza con
altri quattro di essi), si rimise a cercare. Sulla parete opposta, a pochi
metri di distanza, Diamond notò finalmente due piccoli fori nella roccia, al di
sopra di una runa angelica che chiunque avrebbe scambiato per il disegno di un
vandalo. Raccolse lo zaino e lo indossò, quindi si precipitò verso la serratura
arcana. Estrasse dalla tasca del cappotto una chiave con due estremità
parallele tra loro, cilindriche, e la infilò eccitatissima nei buchi nella
roccia. Trasse quindi un foglio dalla stessa tasca e recitò alcune parole nella
stessa lingua adoperata per epurare Inuus. Giusto il tempo di un battito di
ciglia, e lo scenario tutt'attorno alla cacciatrice mutò nuovamente.
Questa volta si trovava in una
stanza chiusa, illuminata dalla flebile luce della creatura che le si parava
d'innanzi, seduta dietro un imponente scrivania antica. Ai lati della
scrivania, due alte pile di tomi arrivavano quasi fin sotto l'angusto soffitto,
affrescato con una rappresentazione del paradiso. Le pareti della stanza erano
fatte di scaffali, stipati di libri, pergamene, papiri e varie altre forme di
scrittura accumulate nel corso delle ere. L'angelo le sorrise, indicandole con
un gesto misurato della mano una delle due sedie vuote davanti la scrivania. La
cacciatrice sedette, un sorriso dipinto sul volto, speranzosa, eccitata.
"Nelkhael, angelo del
signore…" sussurro estasiata la ragazza, rapita dalla visione che le si
parava davanti. "Siete proprio voi?" Rispetto nelle sue parole.
Ammirazione.
L'angelo annuì, sorridendole. A
differenza delle altre creature celestiali che aveva incontrato fino a quel
momento, Nelkhael non "indossava" un tramite, ma le si parava
d'innanzi con il corpo donatogli dal signore; la pelle ricoperta di una tenue
luce eterea, tre paia di ali piumate fungevano da mantello, e chiudevano dietro
le bianche vesti, anch'esse luminose. Occhi e capelli bianchissimi, come il
cuore dell'inverno.
"Lord Nelkhael, angelo della
conoscenza" sussurrò Diamond "vi ho cercato a lungo. Ho bisogno del
vostro aiuto."
Prima che la cacciatrice
continuasse, l'angelo aveva già preso un tomo dalla pila di libri di destra, e
aveva cominciato, lentamente, a sfogliarne le pagine. Lo posò sulla scrivania
aperto circa a metà e lo spinse verso la cacciatrice con estrema cura. Diamond
lesse due righe, e la gioia non poteva più essere contenuta in un solo sorriso,
in una sola espressione facciale. Prese a saltellare, quasi fosse ancora una
bambina. Lo aveva finalmente trovato.
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Capitolo III
Capitolo III
Prigione Dimensionale -
27 gennaio 2018
Diamond placò a fatica
l'eccitazione. Alzò lo sguardo verso la figura eterea, luminosa, che le sedeva
di fronte; l'angelo ricambiava il suo sguardo con l'espressione serena di chi
riesce a vedere lontano, di chi conosce.
"Dunque, lord Nelkhael,
esistono davvero uomini così compassionevoli e buoni da essere scelti per
diventare angeli?" domandò, a voce forse un po' troppo alta, la ragazza.
Il leoncino di peluche osservava la scena con il solito sorriso impresso sulla
faccina pelosa, facendo capolino dalla borsa da viaggio deposta distrattamente
sull'altra sedia. Passarono alcuni istanti, che alla cacciatrice parvero
interminabili, prima che l'angelo, per la prima volta, le parlasse. Non muoveva
le labbra, il suono giungeva direttamente nella mente della ragazza, quasi come
fosse uno dei suoi stessi pensieri, al punto che inizialmente si chiese se non
l'avesse immaginato. Capì subito che si trattava del modo di comunicare degli
angeli nella loro forma primordiale, più pura.
"Definir raro tale evento è quantomeno riduttivo, Layla
Richards" esordì.
"Nondimeno non impossibile."
Gli occhi color ambra della
ragazzi si inumidirono, e presto lacrime leggerissime di gioia si fecero strada
verso le guance rotonde, allargate in un sorriso a labbra strette. Giusto un
battito di palpebre, e le sembrò di ripercorrere un ricordo lontano.
Aveva sempre ritenuto Derek un
uomo di estremo altruismo e generosità, dal grande spirito di abnegazione. Si
conobbero tra i banchi dell'università, e non fu esattamente amore a prima
vista. Lei una ragazza bassina ed atletica, capelli castano chiari portati a
caschetto, intelligenza vivace unita ad una simpatica ironia; lui un ragazzone
alto dai capelli ed occhi neri, non esattamente un amante del fitness ma per
uno che non fa alcun tipo di attività fisica si portava bene. Se ne stava
sempre da solo, seguiva le lezione e tornava a casa, mentre la sera quasi
sempre si dedicava ad attività di volontariato, spesso negli ospedali. Non aveva
molti amici, Derek; la grande timidezza d'animo lo faceva apparire introverso e
un po' goffo, difficilmente attirava l'attenzione della gente. Derek è tra
quelli che incrociano la tua strada senza che nemmeno te ne accorga.
Layla era esattamente l'opposto;
aveva numerosi amici e tutti trovavano molto piacevole passare del tempo con
lei. Portava sempre abiti maschili, di rado metteva in risalto la sua bellezza
e la sua femminilità. Nonostante studiasse molto per mantenere la media alta,
riusciva comunque a trovare il tempo per andare a correre la mattina, e
frequentare la palestra e le lezioni di Krav Maga - un sistema di combattimento
ravvicinato ed autodifesa di origine israeliana. Nella sua vita ha sempre
studiato le arti marziali, accostandole a discipline come lo yoga che
aiutassero ad avere pieno controllo del proprio corpo. A parte questo era una
ragazza come le altre, semplice, diligente, sognatrice.
La prima volta che vide Derek,
stare da solo a prendere appunti, pensò che fosse carino, ma non il suo tipo:
in realtà non sapeva nemmeno lei come desiderasse il suo ragazzo ideale,
semplicemente le varie attività che svolgeva non le lasciavano abbastanza tempo
per rifletterci. Derek era uno dei tanti con un aspetto carino ma che non
destavano particolarmente il suo interesse.
Qualche giorno dopo
quell'incontro, la sorellina di Layla, Lana, perse i sensi mentre era a scuola,
e venne portata d'urgenza all'ospedale; Layla vegliò la sorella giorno e notte,
facendole compagnia in quella fredda stanza grigiognola. Ogni tanto si
allontanava per prendere qualche dolcetto per la sorella da un distributore
automatico alla fine del corridoio: in quegli attimi, quando Lana non poteva
vederla, sfogava forti crisi di pianto. Il terzo giorno, mentre attraversava il
corridoio al ritorno dal distributore, con un muffin alla nocciola tra le mani,
vide attraverso una porta un ragazzo dai capelli scuri, seduto al centro di una
stanza, giocare con quattro bambini ad un gioco di società. Le risate gioiose
dei piccoli fecero sorridere per un attimo anche Layla, che nel frattempo
asciugava le lacrime; era davvero possibile portare una tale serenità nei cuori
di chi soffre con una tale naturalezza? Non riconobbe il ragazzo, che le dava
le spalle: appena questi si voltò, lei corse via, chiedendosi dopo il perché fosse
fuggita imbarazzata. Lana, una volta vista la sorella maggiore varcare la
porta, le chiese come mai fosse arrossita - forse per la prima volta.
Passarono i giorni, e i medici
scoprirono in Lana una particolare forma di leucemia; Layla e la sua famiglia
furono distrutti nello scoprirlo. Layla iniziò a passare meno tempo con la
sorellina, per non farle vedere le lacrime di disperazione che incessanti
inumidivano le sue guance. I genitori si rivolsero ai migliori esperti, e
quando il destino della piccola sembrava inevitabile, uno specialista, il
dottor Goldman, suggerì di fare un tentativo con il trapianto di midollo. Layla
si propose subito come donatrice, ma in seguito alle analisi di rito si scoprì
che non era compatibile, mentre i genitori avevano superato l'età limite.
Intanto che la famiglia Richards
si muoveva alla ricerca di un donatore, allontanandosi anche dall'ospedale,
Derek fece la sua conoscenza con Lana: entrò nella sua stanza con il naso rosso
da pagliaccio ed un camice pieno di trucchi magici - semplici ma magnifici agli
occhi di un bambino. Le fece compagnia per due pomeriggi in attesa che la sua
famiglia ritornasse da lei. Lana adorava Derek, era l'unico oltre la sorella
che entrava in quella stanza sorridendo e la faceva giocare e divertire,
distraendola dalle brutte cose che le stavano succedendo, e a cui non sapeva
dare una spiegazione. Una sera che i Richards erano lontani dall'ospedale, le
condizioni della piccola si aggravarono; il dottor Goldman decise di eseguire
d'urgenza il trapianto, non appena si fosse trovato un donatore compatibile.
Layla entrò di corsa nella hall
dell'ospedale e l'attraversò rapidissima evitando a stento di cozzare contro le
persone sulla sua strada. Salì le scale a gruppi di tre, trafilata, corse nel
corridoio del secondo piano e spalancando la porta della stanza di Lana, rimase
paralizzata dallo stupore: la sorellina era seduta sul letto a giocare a carte
col ragazzo dagli occhi color notte senza stelle. Non seppe mai dire se fosse
stata un'allucinazione o chissà quale fenomeno strano, ma le sembrò per un
attimo che Derek avesse un lungo paio di ali bianche, piumate, che si estendevano
dalle sue spalle. Il ragazzo lasciò la stanza all'arrivo di Layla, la quale,
poco dopo, scoprì da un'infermiera che era stato proprio lui a donare il
midollo. Non aveva mai creduto ai miracolo, o agli angeli, eppure in quel
momento nella sua mente si disegnò un'apertura per il soprannaturale. La sorella
era viva, sana, felice; l'incubo era passato.
Una settimana dopo Derek era
ancora all'ospedale, a fare compagnia a due anziane signore, una a letto e
l'altra su una sedia a rotelle. Riusciva a far ridere anche loro, con poche
parole mai volgari. Una delle due gli indicò la porta con un grande sorriso, e
quando si voltò la visione che gli si parò davanti gli mozzò il fiato: Layla,
per la prima volta vestita con un abito blu, lungo fino alle ginocchia e tacchi
alti, e giusto un velo di trucco ad esaltarne la sofisticata bellezza. Le pazienti
lo rimproverarono: "che ci fai ancora qui con noi? Vai da lei!".
La cacciatrice riaprì gli occhi,
come a destarsi da un sogno in pieno giorno. Si trovava al cospetto dell'angelo
Nelkhael, che aveva innescato in lei quel ricordo per saggiarne la risoluzione.
"Nessuna parola da me proferita potrebbe tangere la tua
risoluzione" comunicò telepaticamente l'angelo.
"Eppure non puoi compiere questa impresa da sola. Hai bisogno di
aiuto. Io, come ti è dato vedere" le mostrò la catena che bloccava il
suo piede sinistro alla scrivania "punito
per la mia disubbidienza devo scontare altri millenni in questo luogo, e non
posso accompagnarti. Mi sono preso la libertà di chiedere, dopo averle donato
vita nuova, a questa singolare creatura di vegliare su di te."
Layla si voltò, e sull'altra
sedia una ragazza bellissima dalla pelle scura le sedeva accanto; aveva lunghi
capelli mossi, biondi, che sembrava quasi formassero una criniera leonina. La
mutaforma le sorrideva divertita, osservandone lo stupore. Sul suo grembo aveva
la borsa da viaggio della cacciatrice, dalla quale mancava il peluche
onnipresente. Layla stupita comprese, e ringraziò l'angelo per tutto quello che
aveva fatto per lei, donandogli tre pesanti tomi che si era portata dietro come
offerta per il suo aiuto - offerta che l'angelo gradì immensamente.
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Capitolo IV
Capitolo IV
Tolosa, Francia - 10 febbraio
2018
Place du Capitole, Brasserie "le
Bibent": accomodate ad un tavolo all'esterno del locale, tre ragazze
consumavano una gustosa cena a base di carne nella piazza centrale di Tolosa.
Di queste una vestiva in maniera più elegante delle altre, lunghi capelli
castani raccolti in una coda, portamento di classe. Di fronte a lei sedeva la
cacciatrice, con addosso abiti comuni ma che risaltavano molto la sua
femminilità - a differenza di quello che indossa di solito. Gli occhi color
ambra vagavano dalla persona al lato opposto del tavolo all'altra seduta
accanto a lei, che sembrava mangiare in maniera quantomeno sgraziata; Furaha -
nome scelto dalla cacciatrice quando la ricevette in dono in forma di peluche -
dalla pelle color caramello e i capelli ondulati a formare una sorta di
criniera, mangiava con estremo gusto, senza troppo badare alle apparenze. Dagli
altri tavolo qualcuno lanciava occhiate torve osservando le movenze di Furaha,
scuotendo la testa infastidito. Di tanto in tanto, Diamond sussurrava all'amica
di ricomporsi, senza sortire granché effetto. La cacciatrice era però più
intenta ad ascoltare le parole della professoressa di storia antica della prima
università cittadina.
Diamond e Furaha avevano intrapreso
un lungo viaggio, prima in aereo poi in auto, per raggiungere quella persona
per un motivo molto particolare: la professoressa Grace Martin aveva studiato
per anni l'angelogia nelle culture antiche, ed era ritenuta la massima esperta
a livello europeo. La cacciatrice aveva da sempre avuto una passione per gli
angeli, infatti diversi oggetti di uso comune che usava quando viveva con i suoi
genitori avevano le creature celesti come motivo predominante. In ogni altra
circostanza prima degli eventi appena verificatisi, avere la possibilità di
incontrare un'esperta del genere sarebbe stato estremamente piacevole per
Layla, ma non questa volta. La ragazza ascoltava attentissima le risposte della
professoressa alle sue domande, cercando di non perdere una singola parola da
ella proferita.
"Che mi sa dire degli umani
ascesi al rango di Custodi?" domandò Diamond.
"Secondo alcune
culture" esordì Grace "la morte terrena viene seguita immediatamente
dal giudizio divino. Sono estremamente pochi quelli che, giudicati meritevoli,
continueranno ad operare sul piano materiale con una diversa natura, quella
angelica, per l'appunto." Trasse un sorso di una bevanda calda, quindi
riprese "Molti esperti ritengono che i Custodi siano una classe di angeli
minori, e che non sia possibile per un umano ascendere a tale status."
"Uhm… ragionando per
assurdo: se io fossi certa che un uomo ha raggiunto lo status di custode -
Furaha siediti composta! - lei crede ci sia un modo per mettermi in contatto
con tale entità?" Gli occhi ambrati della ragazza non nascondevano la
convinzione impressa nelle sue parole, e la vorace curiosità.
"A dire il vero esistono
molte ipotesi a riguardo." Portò l'indice destro alle labbra, rimanendo
assorta in alcuni pensieri per qualche attimo, probabilmente richiamando alla
mente antiche nozioni, quindi continuò "Credo che la teoria più
controversa, ma allo stesso tempo una delle poche con diverse testimonianze di
successo, sia quella di Edward Kelley, un alchimista del sedicesimo secolo.
Pare che insieme all'amico e collega John Dee fossero in grado di comunicare
con gli angeli tramite una sfera di cristallo, la quale andò perduta negli
ultimi anni della sua vita e non fu mai più ritrovata. Un testo antico ancora
non confermato come autentico riporta che un demone di nome Abigor abbia
sottratto tale artefatto per evitare che gli uomini potessero allearsi con gli
angeli in previsione di una probabile apocalisse."
Diamond ascoltò tutto con grande
attenzione, e terminata la cena ringraziò la giovane professoressa e con Furaha
fecero rapidamente ritorno in albergo. La prima cosa che fece arrivata nella
loro stanza fu annotare tutte le informazioni ottenute sul suo diario, quindi
passò la notte a cercare informazioni su Kelley, Abigor e la sfera. Furaha, che
osservava l'amica lavorare, sbuffava annoiata e passò il tempo facendo,
disfacendo e rifacendo in un altro modo una treccina alla cacciatrice.
Il giorno seguente Diamond lo
passò nella biblioteca dell'università. Sapendo che Furaha si sarebbe annoiata
a morte le concesse di esplorare la città, dandole appuntamento la sera alle 21 in albergo. La mutaforma
quindi prese dei soldi e si allontanò, lasciando l'amica tra i libri - che
noia!
Da quando Furaha ricevette il
soffio della vita, aveva subito provato un fortissimo affetto per Layla: in
qualche modo aveva piena memoria di tutti i momenti in cui la ragazza, sorpresa
dalla solitudine, abbracciava il peluche e le confessava la sua tristezza. Senza
alcun dubbio avrebbe dato volentieri la vita per Diamond, esercitando fedeltà
incondizionata. Questa era la prima volta che si trovava da sola, e anche se la
cosa non le piaceva più di tanto, trascorse una piacevolissima giornata
visitando la città Rosa e mangiando gelati. Nelkhael le aveva donato
l'intelligenza e la curiosità di una ragazza di vent'anni ed il carattere
neoplasmato della mutaforma si arricchì subito di curiosità ed entusiasmo. Le
piaceva scoprire il mondo, non sui libri ma direttamente vivendo volta per
volta nuove esperienze. Era molto semplice di carattere, sempre sorridente.
Inoltre, la sua figura slanciata, alta e dal fisico asciutto, attraeva gli
sguardi di chiunque la incrociasse nel suo passeggiare.
Di ritorno da un'interessante
visita alla Citè de l'Espace, Furaha ritrovò facilmente la via per l'albergo.
La camera era però vuota, senza segni di effrazione. "Strano", pensò
la mutaforma, "Lally-Lally non è mai in ritardo". Attese un'altra
ora, ma ancora non vi fu traccia della cacciatrice. Furaha, sempre sorridente,
si incupì. Senza perdere altro tempo spalancò la borsa da viaggio della amica e
prese gli abiti che la ragazza aveva indossato il giorno prima; li annusò per
bene, memorizzando l'odore della cacciatrice, quindi uscì di corsa seguendo il
suo potente odorato. Pesanti nuvoloni neri minacciavano un imminente acquazzone,
quindi la ragazza cercò di fare il prima possibile per evitare che la pioggia
cancellasse le deboli tracce dell'amica. Correndo per le vie di Tolosa, la
ragazza dalle pelle color caramello giunse nuovamente alla biblioteca dell'università.
Era ormai chiusa al pubblico da tempo, ma Furaha era sicurissima di avvertire
l'odore di Layla all'interno; cercò quindi un modo per entrare.
La cacciatrice era allo stremo.
Aveva scoperto un'ala nascosta della biblioteca dietro un gruppo di scaffali,
separata dall'ala principale da un portale dimensionale, e per tutto il
pomeriggio aveva studiato enormi tomi mai letti alla ricerca di informazioni
utilissime per la sua ricerca. Ogni biblioteca che si rispetti nasconde dei
segreti, e non era mai stato un problema per Diamond scovarli.
L'entusiasmo per la sua scoperta
non le fece notare che due demoni minori, avendo posseduto due umani, la
stavano pedinando. Appena entrarono anche loro nell'ala proibita, Diamond
riuscì solo a disegnare un cerchio di sale per terra e saltarci dentro, prima
che gli artigli delle bestie potessero raggiungerla. Cercò gli abiti alla
ricerca delle sue armi sacre, ma le aveva riposte nella sua inseparabile borsa
con i "trucchi del mestiere" che era rimasta fuori dal cerchio; non
aveva modo di combattere i demoni. Uno dei due iniziò a tempestarla di domande,
principalmente cercando di scoprire la località segreta di Nelkhael che solo
lei era riuscita a rintracciare. Perché i demoni lo cercassero era per lei un
mistero. Avevano spento la luce, cercando di fiaccare lo spirito della
cacciatrice; in fondo, loro, avevano tutto il tempo del mondo. La situazione
era disperata.
Un ruggito interruppe le domande
di uno dei due mostri: seguì un urlo prolungato, pregno di dolore, che si
strozzò dopo qualche attimo ristabilendo il silenzio che si conviene a tale
luogo. L'altro demone corse ad accendere la luce e la cacciatrice vide
distintamente una leonessa dalla grande corporatura riversa sul corpo senza
vita del primo; la gola di questi era stata lacerata dagli artigli
dell'animale, che ora puntava coraggiosamente verso l'altro demone. Diamond non
perse l'occasione per rotolare di lato, silenziosa e precisissima, per
raggiungere la borsa, dalla quale trasse in un unico movimento fluido del
braccio la lama immersa in un fodero pieno d'acqua santa. Si avvicinò alle
spalle del demone, che fronteggiava la fiera leonessa, avvicinò la punta della
lama alla nuca di questi, provocandogli, al solo tocco, una bruciatura nerastra.
"Grazie Furaha, mi hai salvata." Esclamò la cacciatrice sorridendo
all'amica, quindi avvicinò le labbra all'orecchio del demone terrorizzato,
sussurrandogli:
"Adesso sarai tu a
rispondere a qualche domanda"
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Capitolo V
Capitolo V
Stratford-upon-Avon,
Inghilterra - 15 febbraio 2018
"Parlami un po' di questo
Garret", sussurrò Furaha, guardandosi attorno mentre percorreva a piedi,
con la sua unica amica, una stretta stradina in discesa tra due serie di
palazzi.
"Che dire, è stato uno dei
miei tre maestri del soprannaturale" rispose Diamond, le mani nelle tasche
del cappotto. "Quello della teoria, per essere precisi. È un uomo
anziano, nessuno conosce con precisione la sua età né molti dettagli del suo
passato. Ha un negozietto di libri proprio qui in città, anche se in segreto il
suo ruolo è quello di formare e supportare i giovani cacciatori".
"Sembra simpatico, non vedo
l'ora di conoscerlo".
Furaha si era adattata
perfettamente al suo nuovo corpo. Del resto, come più volte le aveva fatto
notare scherzosamente Diamond, ogni ragazza avrebbe voluto un fisico come il
suo. Sebbene sotto il cappotto indossasse semplici jeans e maglietta, la
silhouette alta e slanciata della mutaforma le conferiva una femminilità
naturale che saltava subito all'occhio. Inoltre il carattere spontaneo e solare
di Furaha stava lentamente conquistando anche il cuore della fredda
cacciatrice, che per anni aveva combattuto l'oscurità contando solo sulle
proprie forze.
Layla condusse Furaha per le stradine
di Stratford a passo svelto, senza esitazione: aveva impresso nella mente il
percorso esatto che le avrebbe portate al negozio di Garret. Mentre camminavano
l'una accanto all'altra, l'istinto affilatissimo della cacciatrice le fece
percepire la presenza di qualcosa di oscuro; forse l'aura di un demone o di
un'altra creatura della notte. Non riusciva, però, a capire dove fosse. Prese
sotto braccio Furaha, premendo appena con le dita sulla manica del cappotto
della mutaforma. Furaha capì subito, e, senza smettere di camminare, chiuse gli
occhi alzando appena il mento sottile, concentratissima nell'usare il suo
potente odorato. Non le fu difficile individuare il pedinatore; molto
rapidamente prese la mano sinistra della cacciatrice nelle sue, la pose col
palmo rivolto verso l'alto e tracciò alcuni segni con l'indice: un codice
semplice ed efficace che Layla le aveva insegnato. Senza esitazione, Diamond estrasse
una fialetta scura dalla tasca interna del cappotto. La strinse tra le mani,
alzando lo sguardo su Furaha.
"Sei pronta?" sussurrò,
prima di tirare la fialetta al suolo, innescando così una reazione che produsse
in pochissimi secondi una cortina di fumo in continua espansione tutt'attorno
alle due. Un uomo alto, con lunghi capelli castano scuro ed un impermeabile
nero si precipitò verso la nebbiolina artificiale, uscendo così dal suo
nascondiglio. Prese a tossire, nervoso, menando fendenti alla cieca con un
pugnale dalla lama scura nel tentativo di colpire uno dei suoi bersagli, ma,
quando pochi minuti dopo il fumo si diradò trasportato dal vento, l'uomo capì
di essere da solo nel vicolo. Le ragazze erano sfuggite.
"Uhhh! Che puzza!"
esclamò Furaha facendo una smorfia.
"Sei stata bravissima
lassù." Disse Diamond sorridendo, mentre scendeva la scala a pioli.
"Tappati il naso, abbiamo ancora un po' di strada davanti a noi".
Le due erano fuggite nelle fogne
attraverso un tombino, sparendo così nella cortina di fumo. Avevano già provato
una fuga in questo stile, anche se metterla in pratica è stato leggermente più
difficile del previsto. Proseguirono su uno stretto camminatoio che costeggiava
un fiume di liquami, imboccando diverse svolte che costituivano un vero e
proprio labirinto sotterraneo scarsamente illuminato. Anche qui Diamond sapeva
perfettamente come muoversi. Nel giro di trenta minuti circa erano ai piedi di
un'altra scala a pioli in metallo. Diamond esitò solo un attimo prima di
precedere la propria amica e arrampicarsi verso l'alto; una volta in cima,
spalancò la botola che le separava dalla superficie e condusse Furaha in una
stanzetta buia. Tutti i cacciatori discepoli di Garret sapevano che dalle fogne
di Stratford si poteva accedere direttamente al negozio dell'uomo, tramite una
scala protetta da ogni tipo di rune, incise astutamente sotto i pioli. Inoltre
per aprire la botola si dovevano ruotare due manovelle in un certo modo,
altrimenti una scarica elettrica ad altissima tensione avrebbe percorso la
scala metallica in pochissimi secondi.
La stanzetta buia era spoglia, e
a parte l'accesso alla botola possedeva solo una porta chiusa. Diamond si
avvicinò silenziosamente alla porta e picchiò cinque volte. Attese e i tre
"toc" di risposta non tardarono ad arrivare. Bussò due volte ancora,
e la porta si spalancò, rivelando un sorridente uomo panciuto, con una lunga
barba bianca e pochi capelli nascosti da un cappello antico. L'uomo dalle
guance rubiconde abbracciò Diamond che sorrise ricambiando il gesto affettuoso.
"Il mio più grande
capolavoro, la mia allieva prediletta!" esclamò l'omone sorridente.
"Garret, che bello vederti!
Hai anche perso peso" aggiunse la ragazza.
"A dire il vero no, ma le
tue bugie sono sempre dolce miele per questo anziano libraio. E chi è questa
splendida ragazza? Un'apprendista cacciatrice, forse?"
"Piacere signore, mi chiamo
Furaha" disse la mutaforma sfoggiando un largo sorriso.
"Furaha… bel nome, significa
"felice" in swahili" aggiunse l'uomo sorridendo "Io sono
Garret Konbond, benvenuta nel mio umile negozio".
Il negozietto di Garret era molto
pittoresco: varcata la porta principale ci si ritrovava, scendendo pochi
gradini, in un ampio salotto a base circolare, con scaffali pieni di libri sistemati
senza un ordine apparente. Nella parte superiore del salotto alcune poltrone
dall'aspetto raffinato si raccoglievano attorno a piccoli tavolini rotondi
davanti ad un caminetto, al fianco del quale si trovava un piccolo mobile con
tè e biscotti. L'odore di libri antichi e il profumo del tè permeavano l'aria,
rendendo tutto molto accogliente ed intimo. Sulla facciata esterna un cartello
di legno appeso per due catene ad una staffa di ferro ondeggiava cautamente al
vento, portando il nome del negozio in lettere gotiche impresse a fuoco:
"il Forgiatore di Storie". Al posto del bancone la cassa poggiava su
una grande incudine di ferro nero, che a dire il vero stonava un po' con il
resto dell'arredamento. Chi se ne
intende di misticismo però può subito capire che l'incudine nasconde non pochi
segreti che l'altro proprietario del negozio custodiva da tempo.
Garret fece accomodare Diamond su
una poltroncina, sedendo di fronte a lei - mentre Furaha si avvicinò subito ai
biscotti e con fare distratto ne fece man bassa, felice. Garret osservò Diamond
per qualche attimo, quindi esordì:
"Grazie per essere venuta,
Layla. Conosci il perché ti ho convocata qui, vero?"
"La mia ricerca di Abigor e
la sfera di Kelley."
"Esatto." L'uomo
accarezzò la barba con fare preoccupato, continuando il suo dire "avrai
certamente notato che i demoni minori sguinzagliati alle tue calcagna sono in
aumento da quando hai preso la decisione di recuperare la sfera per comunicare
con gli angeli. Conoscendoti bene come ti conosco io so che sei a parte del
motivo per cui le creature dell'inferno ti vogliono morta."
"I demoni non vogliono che
un umano recuperi quella sfera: potrebbe venirsi a creare un'alleanza tra
uomini ed angeli che porterebbe all'estinzione della stirpe demoniaca. Lo so,
maestro, non sarà un'impresa facile." aggiunse Diamond pensierosa.
"Posso sapere almeno perché sei
pronta a rischiare la tua vita per recuperare quel manufatto?"
Diamond esitò. Provava in parte
vergogna per la risposta, che metteva a nudo la sua unica debolezza come
cacciatrice. "Per amore" fu tutto ciò che disse.
Garret, inaspettatamente,
sorrise. Diamond lo osservò stupefatta: aspettava in lui una reazione
completamente diversa, essendo stato un maestro alquanto severo. Invece l'uomo
semplicemente sorrise.
"È una buona risposta.
Anche io alla tua età avrei fatto di tutto per la mia Margaret. Va bene, ti
dirò dove trovare Abigor e come sconfiggerlo. Ma voglio una cosa da te in
cambio"
Gli occhi di Diamond si
illuminarono: "Chiedimi qualsiasi cosa, maestro"
"Torna da me sana e
salva."
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Capitolo VI
in treno per Norwich,
16 febbraio 2018
Diamond è sempre stata fuori
dall'ordinario: era in grado di uccidere tre demoni armata solo col suo
pugnale; poteva correre veloce quasi quanto un vampiro e centrare un piccolo
bersaglio lontano con un coltello da lancio in movimento; possedeva
avanzatissime conoscenze di chimica, fisica e tutte le scienze naturali; era
stata addestrata nel combattimento ravvicinato secondo diversi stili di lotta,
disarmata, con armi canoniche e con armi improvvisate; aveva speso un intero
anno in dodici monasteri tibetani per apprendere antiche arti esoteriche per
affrontare al meglio le creature della notte. Cacciava qualsiasi tipo di
mostruosità sovrannaturale con una naturalezza che forse i suoi colleghi non
avrebbero raggiunto in anni e anni di allenamento.
Tuttavia, Diamond non sapeva
guidare.
"Il maestro Daniel Sergei
vive a Norwich da alcuni mesi: lavora come istruttore di Krav Maga in una
palestra locale, anche se, in realtà, si occupa di formare i cacciatori meno
esperti. Dai documenti in mio possesso pare sia stato l'ultimo cacciatore ad
aver provato ad eliminare Abigor, ma per qualche motivo di cui non sono a
conoscenza sembra vi abbia rinunciato. Abigor è stato avvistato l'ultima volta
nel cuore di Londra: se sei proprio sicura di voler intraprendere questa
caccia, hai bisogno di Daniel."
Le parole del maestro Garret
riecheggiavano nella mente di Diamond, mentre, poggiata al finestrino del
treno, osservava distrattamente il paesaggio scorrere via, rapido. Il rumore
della pioggia battente, insieme al ritmato suono del treno sulle rotaie,
risultavano stranamente piacevoli all'udito. Due ore di viaggio alle spalle,
altre quattro da fare. La cacciatrice era da sola nello scompartimento; accanto
a lei un cumulo di borse sue e di Furaha, la quale era uscita per andare a
prendere al vagone ristorante qualcosa da mettere sotto i denti. La giovane
mutaforma non riusciva ad esprimere appieno il suo amore per i treni: adorava
in particolar modo fare la conoscenza di persone che per puro caso le si
sedevano accanto. Da quando ha ricevuto il respiro di vita, Furaha ha sempre
cercato di apprendere quanto più possibile riguardo il mondo le persone, ed il
suo carattere spontaneo e genuino le consentivano di farsi istantaneamente
voler bene da chiunque.
Diamond era seduta composta al
suo sedile: per non addormentarsi iniziò a leggere la biografia di Edward Kelley,
allo scopo di individuare qualche informazione utile per la sua caccia sul
creatore dell'unico mezzo di comunicazione tra uomini e angeli. I minuti si
susseguirono lentamente, noiosamente. Layla si accorse di quanto la sua nuova
amica era riuscita, in così poco tempo, a riempire le sue giornate al punto
tale che una breve assenza della mutaforma risultava in un momento di lungo
silenzio. D'un tratto la porta dello scompartimento si aprì, e Furaha fece il
suo ingresso con un vassoio pieno di dolciumi assortiti; si mise a sedere al
posto di fronte a quello di Diamond, in maniera poco composta, poggiò il
vassoio sulle gambe e prese a mangiare con grande voracità. Normalmente, la
goffaggine spontanea di Furaha avrebbe divertito la cacciatrice, tuttavia il
volto della ragazza pareva freddo e distaccato.
"Allora, Furaha: hai
incontrato qualcuno di interessante prima?" Alzò gli occhi color ambra su di
lei, il tono quasi inquisitorio.
La mutaforma, le labbra sporche
di cioccolato alle nocciole, scosse vigorosamente la testa: "No, sono
andata dritta dritta al ristorante, ero tanto affamata."
"Bé, ce ne hai messo di
tempo…" aggiunse Layla, quasi parlando tra se.
"Uff, Diamond! Smettila di
starmi addosso." sbuffò la ragazza dalla pelle color ebano.
Furaha aprì di nuovo bocca per
lamentarsi della compagna, ma la voce le si strozzò in gola: Diamond era
piombata su di lei, premendola con il braccio sinistro contro la parete dello
scompartimento e puntandole il fidato pugnale alla gola. Gli occhi della cacciatrice
erano confitti in quelli di Furaha che ricambiava stupefatta il suo sguardo di
ghiaccio.
"Primo, Furaha non sta mai
via da me per troppo tempo. Secondo, non mi chiama mai Diamond. Mai "
Elencò con calma la cacciatrice. Il suo istinto affilatissimo aveva di nuovo
fatto centro "Potrei continuare questo elenco all'infinito. Dove si trova
la mia amica?"
"E tu credi davvero che te
lo dirò tanto facilmente?" Ghignò la creatura.
"No, non lo farai."
Aggiunse Diamond. Un unico movimento rapido dell'avambraccio, la gola del
mutaforma che aveva acquisito le sembianze di Furaha prese a grondare
copiosamente sangue, finchè questi non morì pochi attimi dopo. Diamond spalancò
con un calcio le porte dello scompartimento e, provando una grande rabbia,
imboccò il corridoietto che portava al vagone ristorante.
"Non avverto più la presenza
di Jayce"
Il demone aveva posseduto un uomo
dal bell'aspetto, con abiti eleganti neri. Sedeva a gambe incrociate su una
gabbia metallica estremamente angusta, di quelle che usano per trasportare gli
animali esotici agli zoo di città. Nella
gabbia una piccola leonessa dormiva; sulla zampa destra dell'animale si poteva
notare ancora la puntura della siringa col tranquillante somministratole. Un
altro mutaforma, che in questo momento aveva le sembianze di un uomo alto ed
emaciato, stava in piedi di fronte al demone, camminando nervosamente avanti e
indietro nel vagone-bagagli, in cui montagne di valige circondavano i due.
"Quella è la cacciatrice
diamantina, lo sai, vero? A quest'ora avrà già smascherato Jayce."
"Stai calmo, idiota" la
voce roca del demone tradiva il fastidio che provava nel trattare con mostri di
così bassa levatura. Manodopera a basso costo, come amava definirla. "Va
tutto secondo i piani."
"Tutto secondo i piani?
Jayce sta morendo, cazzo!" gridò il mutaforma.
Il demone ghignò soddisfatto. Era
vero, tutto procedeva secondo i suoi piani; anche quando un il suo sgherro
mostruoso venne pugnalato più volte alle spalle dalla cacciatrice in un assalto
tempestivo, la creatura delle tenebre non si scompose, né fu sorpreso.
"Abigor." Tuonò
Diamond. Gli occhi color ambra studiarono per lunghi attimi il suo avversario.
Alzò il pugnale stretto nella mano destra e la bottiglina d'acqua santa nella
sinistra, pronta ad affrontare un rivale che non si sarebbe aspettata di
trovare tanto presto.
Lentamente, il demone prese a
battere le mani rimanendo nella sua posizione.
"I miei complimenti,
Diamond, - sputò fuori quel nome pronunciandolo con tono estremamente
dispregiativo - mi compiaccio. Hai
gradito il mio regalino?"
"Lascia subito andare
Furaha." Una piccola goccia di sudore cadde dalla fronte della cacciatrice
su una guancia rotonda. Rispetto alle altre volte, le fu leggermente più
difficile controllare il suo respiro - Abigor lo aveva notato, e il ghigno sul
suo volto parve allargarsi.
"Questa volta la lascerò
andare. Il tizio che hai appena ucciso - come diavolo si chiamava? - ha le
chiavi della gabbia nel taschino della camicia."
"Perché stai facendo questo,
demone?"
Abigor prese una leggera pausa.
Si alzò dalla gabbia e diede le spalle a Diamond, muovendo alcuni passi nella
direzione opposta.
"Perché? Per dimostrarti
quanto mi è facile distruggere quello che ami. Vienimi a cercare, se proprio
vuoi, a tuo rischio e pericolo."
Diamond osservò il demone sparire
in una coltre di nebbia sporca. Si inginocchiò a prendere le chiavi della
gabbia e rapidamente si guardò intorno mentre liberava l'amica. Questa non
sarebbe stata una comune caccia, e, a dire il vero, la cacciatrice provò una
certa eccitazione. Ma erano vere le parole di Garret:
"Hai bisogno di Daniel"
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Capitolo VII
Norwich, 17 febbraio
2018
Tre del mattino: la splendida
città inglese dormiva serenamente, in una fredda notte senza luna. Daniel era
uscito a bere con tre allievi, cosa che faceva unicamente quando un suo
discepolo aveva guadagnato il rango di cacciatore neofita. Agli occhi di uno
sconosciuto, Daniel appariva come una persona comune, il cui aspetto fisico non
sarebbe risaltato in una qualsiasi folla. Quella notte portava addosso una
felpa grigio scuro, col cappuccio tirato sulla testa, un pantalone bianco lungo
fino alle caviglie - in realtà parte della sua uniforme da allenamento - ed un
paio di scarpe da ginnastica molto malandate. Il cappuccio copriva gran parte
del volto, lasciando scoperto solo un mento sottile, adornato da una barba incolta,
e lunghi capelli neri, lisci, che arrivavano alle clavicole. Chi non lo
conosceva, incrociandolo per strada, lo avrebbe o ignorato o, come accadeva
nella maggior parte dei casi, evitato. Non era un uomo che curava particolarmente
il proprio aspetto fisico o la propria immagine. Daniel, come Diamond ebbe modo
di apprendere a suo tempo, era pura e semplice essenza.
"Maestro, rimanete ancora un
po': un'ultima bevuta con i vostri allievi prediletti."
"Allievi prediletti?"
Rispose Daniel con simulato tono di scherno "Non avete nemmeno la metà del
potere della mia allieva prediletta."
I tre risero. Sorrise anche
Daniel, ma credeva davvero in quello che aveva detto.
"Da domani prenderemo
diversi cammini" disse il più basso e tarchiato tra i tre neo-cacciatori.
"È forse l'ultima occasione che abbiamo per stare insieme."
"Non fatevi pregare!"
Agli occhi di Daniel, i tre ventenni
erano appena dei bambini: avevano appreso da lui le basi dell'autodifesa e del
combattimento con i pugnali, ma non erano certo pronti ad affrontare il
soprannaturale. Osservava con attenzione i loro occhi: "non sono
pronti". Continuava a ripeterselo insistentemente, mentre beveva con loro.
Senza dirglielo apertamente aveva provato a convincerli a rimanere ancora,
oppure a rivolgersi ad altri maestri, ma l'ardore giovanile aveva avuto la
meglio. La serata trascorse rapidamente, e mentre i tre novizi cacciatori erano
completamente ebbri, il maestro Daniel era sobrio e attento come se non avesse
toccato alcol. Pagato il conto ed infilati a forza i tre in un taxi, Daniel si
trovò da solo nella gelida notte invernale. Il respiro del maestro era
leggerissimo, infatti, a differenza dei pochi passanti, non produceva alcuna
nuvoletta di condensa: un cacciatore esperto avrebbe riconosciuto in questo
piccolo particolare, una grande capacità di nascondere la propria presenza,
fondamentale per quel lavoro così inusuale. Per tornare a casa, il maestro
Daniel avrebbe dovuto attraversare un ampio viale alberato. Mentre era in
cammino, con la testa occupata da innumerevoli pensieri, una figura gli si
avvicinò rapidamente alle spalle: prima che questa potesse accostarsi a più di 5 metri da Daniel, egli si
voltò di scatto, puntando i piedi a terra e incrociando le braccia.
"Hai bisogno di
qualcosa?" domandò secco il maestro.
"Un po' di compagnia non
farebbe male" Replicò la donna, senza batter ciglio. "Sono
Misty."
Di fronte a Daniel Sergei si
trovava un'avvenente ragazza dai lunghi capelli rossi, più alta di lui di pochi
centimetri. Addosso portava abiti di pelle nera, ed un pesante trucco faceva
apparire la sua pelle bianco latte, in cui gli occhi neri come la notte
sembravano dipinti con colori ad olio. La ragazza indicò un vicoletto poco
distante, in cui l'insegna rossa al neon di un motel non riusciva ad illuminare
appieno l'area. Daniel non se lo fece ripetere due volte, e, marciando accanto
alla misteriosa ragazza, si diresse dove indicatogli. Sorrideva, un sorriso
privo di gioia: la caccia ebbe inizio.
Misty condusse Daniel nel cuore
del vicoletto, superando il motel. Disse qualcosa riguardo casa sua, sul fatto
che si sentiva sola, arrivò addirittura ad adulare Daniel. Il maestro non aveva
ascoltato una sola parola di quanto detto dalla ragazza. L'odore di sangue
fresco - impercettibile per tutti, tranne che per l'uomo - e altri piccoli
dettagli, apparentemente insignificanti, non erano sfuggiti all'artista
marziale, il quale aveva accettato di seguire la ragazza solo per trovare i
suoi compari. Non ebbe un'intuizione sbagliata; alla fine del vicolo, che -
come atteso dal maestro - era un vicolo cieco, si trovavano altri tre vampiri,
pronti a piombare addosso al malcapitato di turno. L'unico motivo per cui non
aveva ucciso subito Misty, è perché lei non era un vampiro, ma un'asservita che
aveva come unico ruolo quello di fare da esca.
"Misty, lo hai preso troppo
vecchio: il suo sangue puzza" disse con voce sprezzante uno dei tre.
"Le mie scuse, sommo
Arthur"
"Le tue scus…" il dire
del vampiro si interruppe di colpo, quando il pugno destro dell'uomo trapassò
senza alcuna difficoltà il cranio del mostro alla sua destra. Gli altri due
vampiri non si erano accorti del fatto che Daniel aveva cominciato a muoversi,
né tantomeno che avesse avuto la prontezza di attaccare quello più distratto fra
i tre. I due rimasti mostrarono i lunghi denti sottili, acuminati, digrignati
in un'espressione rabbiosa. Il cappuccio di Daniel cadde all'indietro,
rivelando un paio d'occhi privi di iride, con le pupille completamente rosse. Daniel
si mise in guardia, passando rapidamente il dorso della mano destra sulla felpa
per ripulirsi dal sangue del vampiro.
"Capo, quello è un fottuto
mezzo drago!" esclamò terrorizzato il vampiro alla sinistra.
"Merda… non abbiamo
speranze, fuggiamo." Sussurrò Arthur; i due vampiri schizzarono sulle due
pareti, saltando Daniel, e presero a correre alla velocità sovrannaturale
propria della loro specie. Daniel si voltò di scatto e provò ad inseguirli, ma
li perse dopo qualche attimo. Corse fino all'imbocco del vicolo, al termine del
quale trovò una piacevole sorpresa.
Una ragazza bassina ma dalla
muscolatura atletica stava in piedi alla fine del viale: il cappotto nero era
sporco di sangue, così come il pugnale che brandiva in alto nella mano
sinistra. Ai suoi piedi il cadavere di Arthur era stato separato dalla testa,
mentre poco più lontano una leonessa leccava i propri artigli, affondati poco
prima nella gola dell'altro vampiro.
"Vi trovo meravigliosamente,
maestro" disse Diamond chinandosi rispettosamente. Daniel sorrise. La sua
allieva prediletta aveva fatto ritorno.
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Capitolo VIII
???, 20 febbraio 2018
"D'accordo, omuncolo
grassoccio…" gracchiò il mutaforma mezzo corvo-mezzo topo. "Hai
un'ultima possibilità per dirci dove hai nascosto le tue ricchezze".
La tortura ebbe luogo in una sala
circolare scavata nella roccia viva: al centro si trovava solo un tavolo
metallico, mentre lungo tutta la parete da enormi rastrelliere di ferro
penzolavano strumenti di tortura di ogni genere ed epoca: martelli, cunei,
falci, trapani, armi, catene e molto altro. Il tavolo nascondeva sotto di esso
una dama di ferro, strumento della cui invenzione Abigor era sempre andato
fiero. L'uomo grassottello osservava disperato il corvo-topo, in lacrime.
Avrebbe voluto rispondere ad ogni sua domanda per essere liberato dalla tortura,
ma la lingua gli fu tagliata all'inizio dell'interrogatorio, rendendo il tutto
un puro esercizio di sadismo. Il corpo - o meglio, ciò che ne restava - si
contraeva continuamente per gli spasmi acuti di dolore lancinate. La sala era
aperta superiormente e diversi metri più in alto, su pochi gradini adibiti a
spalti riccamente decorati, una grande folla di demoni si godeva lo spettacolo
su divani e poltrone preziosi. Era impressionante il lusso che circondava quei
miserabili, oro e gioielli ovunque, cibo e bevande a sazietà. Posto sul gradino
più alto vi era il trono d'oro di Abigor: lo schienale sproporzionatamente alto
portava incise antiche rune di cui solo l'arcidemone conosceva il significato e
l'utilizzo, oltre che diamanti e pietre preziose incastonate - apparentemente -
a casaccio. Abigor era uso prendere possesso unicamente dei corpi di persone
dal bell'aspetto, vestendoli con abiti eleganti e gioielli sfarzosi. In questo
momento abitava il corpo atletico di un famoso pugile, il quale aveva stretto
con lui un patto per vincere 100 incontri senza mai perdere. Quattro donne
bellissime giacevano inginocchiate ai piedi del trono: anche loro avevano
venduto l'anima all'arcidemone in cambio di gioielli, fama o bellezza ed ora
attendevano che Abigor le convocasse per farci sesso e poi divorarne l'essenza.
La forza di Abigor, detto anche
"Re della Menzogna" o "l'Oscuro Male", risiedeva nelle
false informazioni che aveva introdotto su se stesso nel corso della storia. I
più grandi esperti di demonologia ritenevano che fosse un demone minore, così
come riportato da diversi storici che in realtà avevano anch'essi venduto
l'anima anzitempo. Abigor traeva il suo potere dalle menzogne, bugie che l'uomo
racconta dall'alba dei tempi ai propri simili, senza conoscere le conseguenze.
Lucifero lo pose al comando di un'armata che contava almeno dieci migliaia di
demoni, concedendogli inoltre il potere di contrattare le anime con gli umani.
La sua forza era pressoché illimitata agli occhi dei suoi pari, collocandolo
tra gli arcidemoni più pericolosi e antichi. L'unico uomo a riuscire ad opporsi
al re della menzogna fu un paladino della corte dell'imperatore Ludovico,
figlio di Carlo Magno; costui, puro di cuore al di là di ogni tentazione,
riuscì a colpire con la propria lancia il ventre del demonio, rivelandone
l'oscura essenza, prima di soccombere sotto il tremendo potere dell'arcidemone.
Ad oggi nessuna creatura, buona o malvagia che sia, è a conoscenza di questo
segreto, proprio perché il demone è riuscito da sempre a nascondere la sua
ferita, che riaffiora sull'addome di ogni corpo da lui posseduto. Oltre questa,
Abigor ha un'altra grande debolezza: il collezionismo. Da che ha memoria,
Abigor ha sempre accumulato grandi ricchezze e opere d'arte, gioielli, denaro,
servitori: tuttavia, ciò che più bramava dal profondo dell'animo, sono i
quattro artefatti alchemici: la sfera di Kelley, la pietra filosofale di Geber
e la pozione della giovinezza di Merlino erano già in suo possesso. L'ultimo
dei quattro, la chiave della Porta Alchemica del marchese di Pietraforte. La
chiave avrebbe avuto la capacità di aprire un passaggio interdimensionale nella
Porta Alchemica ed in altri passaggi nascosti in giro per il mondo, ma nessuno
ha mai avuto altre informazioni a riguardo. Abigor la bramava sopra ogni altra
cosa.
Assorto nei suoi pensieri, il re
della menzogna non si godeva come suo solito il risultato della cerca. I demoni
cercatori, suoi servitori più fidati, avevano portato al suo cospetto una
grande quantità di ricchezze e, oltre all'uomo che gridava di dolore nella sala
della tortura, altri cinque miliardari attendevano il loro triste destino.
Nulla di tutto questo sembrava interessare ad Abigor. I ripetuti fallimenti
degli ultimi decenni riguardo la cerca della chiave riempivano la sua anima
d'odio e rabbia.
"Oscuro Male, la cerca non è
di vostro gradimento?" domandò Ibos, il suo più fidato luogotenente,
nonché duca infernale. Se mai si potesse dire che Abigor avesse avuto un amico,
quello sarebbe stato Ibos.
"Taci, demone" replicò
Abigor con voce profonda, gutturale. "Il desiderio mi tormenta e tu lo sai
bene."
"Eppure siamo estremamente
vicini, re della menzogna. Il cercatore Telal ha trovato una traccia."
Abigor scattò in piedi, in tutta
la sua oscura maestosità, sollevando il luogotenente per il collo con il solo
braccio destro. Il volto una maschera di rabbia, stridendo i denti esclamò:
"Perché non mi è stato detto
subito? Dove si trova la Chiave ?"
urlò Abigor.
Tutti i demoni sugli spalti si
voltarono verso l'arcidemone. Anche il corvo-topo interruppe il suo lavoro,
guardando con timore la scena che si consumava poco più in alto.
"L-la cacciatrice ed il
mezzodrago" con un filo di voce Ibos rispose al suo signore. I suoi piedi
non toccavano terra, e la presa sul suo collo era sempre più stretta. Abigor lo
lasciò cadere al suolo non appena ebbe l'informazione che tanto bramava. Mosse
pochi passi davanti al trono, quindi, ergendosi in tutta la sua altezza,
spalancò le braccia rivolgendosi alla sua armata:
"Miei servitori! Offro
ricchezza, gloria e tutto quello che desiderate a chiunque mi porti qui il
mezzo drago conosciuto come Daniel Sergei e chiunque viaggi con lui! Li voglio
vivi! Andate!"
Il corvo-topo si fregò le mani,
divertito ed emozionato. "Finalmente, finalmente! Dopo secoli di attesa,
vedremo l'oscuro male al lavoro." Si avvicinò alle rastrelliere. "È il caso che prepari il tutto per bene: nulla dovrà essere in difetto per la
somma tortura." La risata di Abigor sovrastò il forte rumore d'ali di pipistrello
e delle urla d'eccitazione dei demoni. L'ultima cerca ebbe inizio.
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Capitolo IX
Bosco di Hallerbos,
Belgio - 23 febbraio 2018
Furaha spalancò la bocca,
stupefatta: osservò dal posto di dietro della jeep la foresta di faggi di cui Daniel
le aveva così tanto parlato. Ciò che colpì maggiormente la mutaforma fu il
predominante viola deciso delle campanule che disegnavano un fitto tappeto nel
sottobosco, conferendogli un'aria magica e misteriosa. La cacciatrice osservava
divertita l'amica premere il naso contro il finestrino dell'auto, sfoggiando
ancora una volta la sua innata eccitazione per lo scoprire cose nuove. Daniel
guidava silenzioso, concentrato, occhi sulla strada.
Il maestro d'arti marziali dal
sangue draconico aveva predetto anzitempo una reazione di Abigor: l'arcidemone,
infatti, aveva inviato loro un messaggero per informarli della sua decisione di
collezionare le loro teste. Che pensiero premuroso
- pensò tra se Daniel. Il bosco di Hallerbos era il perfetto campo di battaglia
per affrontare un gran numero di demoni, disse il maestro alla sua discepola.
Daniel parcheggiò la jeep, si voltò verso le due ragazze. Le osservò per pochi
attimi, passando le dita della mano destra sul mento ispido, pensieroso.
"Abigor invierà un'armata
scelta di demoni minori. Potrebbero essere decine, forse centinaia."
Hunter lo osservava impassibile,
dal profondo dei suoi occhi ambrati che non facevano trasparire alcuna
emozione. Furaha, invece, provava paura: poggiò le mani sulle ginocchia che
presero pian piano a tremare; tuttavia, ogni volta che Diamond si voltava verso
di lei, le sorrideva in maniera tanto rassicurante da infondere coraggio e determinazione
nel suo cuore. Daniel scese dall'auto. Portò alla bocca una sigaretta e,
semplicemente espirando dal naso, la accese con una piccola lingua di fuoco. A
differenza di un qualsiasi fumatore, aspirava dalla sigaretta, ma non emetteva
fumo, quasi come se lo conservasse o si nutrisse di esso. Furaha scese dalla
macchina per seconda, trascinando per mano Diamond verso il mare di campanule
viola. Si tolse gli stivali e prese a correre a piedi nudi sul manto erboso,
dimenticandosi per qualche attimo del motivo della loro presenza in un luogo
del genere. Diamond si avvicinò a Daniel: distrattamente osservò le cicatrici a
forma di croce che il maestro portava sul dorso di entrambe le mani. Ricordò il
giorno in cui se le procurò e per un attimo rabbrividì.
"Maestro, vi chiedo scusa
per il comportamento di Furaha. È solo che…"
"Non hai nulla di che
scusarti" replicò Daniel interrompendola. Trasse un altro respiro dalla
sigaretta, per poi voltarsi appena verso la cacciatrice. "Ho pregato molte
notti affinché trovassi un'amica come lei; un'amica fedele che riuscisse a
ridonarti il sorriso."
Insieme osservarono Furaha
fuggire disperata da un ragno pelosetto che le era salito sulla mano. Scoppiarono
a ridere. Diamond desiderò che non fossero lì per affrontare i demoni, che
fosse solo una visita di piacere - cosa che non faceva da almeno cinque anni.
Trascorsero lì la sera, in attesa. Daniel si sedette ai piedi del più grande
faggio e richiamò a se tutta la sua concentrazione, beandosi del silenzio e la
pace che il bosco aveva da offrire. Diamond dovette rispondere alle migliaia di
domande di Furaha, ma lo fece con sincero piacere. La mutaforma le chiese di
tutto: dalla storia delle campanule al motivo per cui cercassero la sfera di
Kelley. Tuttavia, Diamond si incupì quando, innocentemente, l'amica le chiese:
"Lally, perché Daniel odia
Abigor?"
"Bé…" esordì Diamond
"Il passato del maestro Dan è un mistero per molti. Da quel che so, Daniel
dà la caccia ad Abigor da molti più anni di quanto tu possa immaginare.
Centinaia di anni! I loro scontri sono sempre finiti in un en-passe, con i due
che si ritiravano per le molte ferite subite."
Furaha osservò in lontananza il
maestro seduto nella posa del loto. Il suo affinatissimo intuito le aveva
suggerito che Daniel Sergei non fosse solo quell'anziano ubriacone che aveva
lasciato scappare due vampiri quella notte a Norwich. La leonessa aveva notato
che Diamond era davvero rassicurata da quando avevano unito le forze col
maestro, e questo l'aveva profondamente colpita.
La notte calò come l'ascia del
boia sulla nuca del condannato a morte.
I tre, spalla a spalla, attesero l'arrivo
dell'orda demoniaca nel cuore della foresta. Il meraviglioso silenzio che permeava
l'area venne interrotto dai battiti di ali da pipistrello tutt'intorno, da voci
gutturali e poi scalpiccii sul selciato. Da dietro gli alberi presero a far
capolino decine e decine di persone; uomini e donne, giovani ed anziani, alti,
bassi, grassi, o più in forma. Tutti, però, avevano iridi e pupille nere come
l'abisso più profondo. Demoni si, ma demoni minori, servitori del grande male.
Sessantasei figli delle tenebre formarono un cerchio attorno ai tre,
ridacchiando, ghignando, dandosi di gomito pregustando il sapore della loro
carne o la ricompensa che Abigor avrebbe attribuito loro. Diamond strinse
nervosamente la presa sui due pugnali consacrati, respirando a fondo e
alternando lo sguardo sui vari volti carichi di odio e malignità. E se Daniel avesse
torto?
Il capitano dell'orda delle
tenebre, un demone alto dalla muscolatura prorompente, alzò la mano destra
verso Daniel, pronto ad esercitare i suoi oscuri poteri per tenerlo bloccato -
reazione tipica di un mostro vigliacco suo pari, penso Diamond. Nel momento in
cui provò a ricorrere alla forza oscura, una campanula ai suoi piedi prese
lentamente ad assumere un colorito nero, producendo un suono come se
tintinnasse. Daniel ghignò, trionfante.
Il capitano dei demoni non ebbe
il tempo di chiedersi cosa fosse andato storto; un pugnale imbevuto d'acqua
santa si piantò al centro esatto del suo petto, fendendo l'aria con un sibilo.
Diamond estrasse dalla giacca un altro pugnale, mentre il demone cadeva al
suolo esanime. I figli delle tenebre espressero tutta la loro rabbia innalzando
al cielo le loro urla. Due di loro piombarono su Diamond ma, troppo lenti per
accorgersene, vennero colpiti entrambi al volto da un unico pugno di Daniel. I
demoni vennero scagliati in aria dal diretto del maestro e, prima che potessero
toccare suolo, svanirono urlando in un esplosione di luce bianca. Solo allora
gli altri sessantatre demoni compresero. Furaha assunse la forma di leonessa,
Daniel ritornò in posa da attacco, Diamond lasciò cadere al suolo la giacca,
rivelando due cinturoni che si incrociavano sul suo petto, entrambi ricolmi di
pugnali consacrati. I demoni provarono a scagliarli via o a bloccarli sul posto
o, ancora, a possedere i loro corpi: ogni volta che tentarono di attingere alle
arti oscure, una campanula si tingeva di nero. La trappola di Daniel si era
rivelata un successo.
Per tutta la notte le campanule
del bosco di Hallerbos tintinnarono; l'aria venne invasa dalle urla di panico e
dolore dei demoni, che compresero troppo tardi di non essere i predatori di
quella cerca. Privati dei loro poteri, poco o nulla potevano opporre alla
dirompente forza di Furaha, che abbatteva i demoni uno dopo l'altro con i suoi
possenti artigli. Poco potevano contro l'agilità di Diamond, la cui precisione
nel colpire il punto esatto da lei desiderato con i pugnali non aveva eguali. E
nulla potevano contro i pugni celesti di Daniel, che epuravano i demoni
estirpandoli per sempre dal mondo - quasi come non fossero mai esistiti.
Al mattino Furaha si ritrovò al
centro di una radura nel cuore della foresta, ansimante. Tutt'attorno a lei i
corpi senza vita dei demoni, distesi in un mare di campanule nere che ancora
tintinnarono. Osservò Diamond poco lontano, distesa al suolo, esausta. Le si
accoccolò vicino, addormentandosi. Daniel si avvicinava ai corpi colpendoli per
farli svanire nella luce sacra. Il fumo della sigaretta si perdeva nella nebbia
mattutina.
Daniel corse più veloce che
poteva. Strinse forte tra le braccia Diamond, che gravava su di lui priva di
conoscenza. Non si voltò, il maestro. Avrebbe potuto affrontare un caduto,
forse quasi alla pari, ma non lì, non sul dorso del drago di casa Batlló.
Soffocando un urlo di collera, proseguì nella sua fuga.
"Non doveva prendere Furaha;
è la persona più buona del mondo, non ha fatto nulla per meritarlo! La sua
unica colpa era volermi bene!" Affondò il volto tra le ginocchia,
singhiozzando più forte.
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Capitolo X
Barcellona, 4 Marzo
2018
Il maestro Dan percorse
nervosamente a piedi nudi il corridoio della sua stanza d'albergo; dalla porta
alla finestrella con la persiana abbassata, quindi al letto sfatto, poi di
nuovo alla porta e così via, ancora ed ancora. Nonostante portasse addosso solo
una canottiera nera ed un paio di pantaloncini rossi da boxe, il suo retaggio
draconico o, più probabilmente, la sua preoccupazione per l'allieva prediletta
- quella testarda! - gli impedirono di avvertire il freddo pungente che
permeava la città da circa una settimana. Il posacenere era oltremodo saturo di
sigarette, al punto che alcune erano state spente direttamente sul tavolino
beige di modesta fattura. Di quando in quando Dan cacciava dalla tasca del
pantaloncino il cellulare, costatando, ogni volta, l'assenza di messaggi da
parte di Layla. Il centenario maestro non poté seguire la cacciatrice in questa
particolare missione; tutto ciò che gli rimase era attendere in albergo. Ma questa
volta nemmeno la meditazione riuscì a placare il sangue draconico che scorreva
nelle sue vene. Non poteva più aspettare: uscì.
Furaha si resse forte al
parapetto in pietra, sporgendosi appena nel tentativo di scorgere l'amica sul
tetto. I lunghi capelli disordinati garrivano al freddo vento notturno. Alle
sue spalle giacevano a terra in una grande pozza di sangue nero i corpi di due
demoni minori, entrambi recanti i profondi segni degli artigli di una leonessa.
L'oscurità della notte impedì alla mutaforma di vedere ciò che stava succedendo
sul tetto che Gaudì disegnò con la forma del dorso di un drago. Diamond le
aveva chiesto di non lasciar passare nessuno e, domandandolo con un sorriso, di
custodire le sue scarpe finché non avrebbe fatto ritorno. L'apprensione della
mutaforma venne interrotta nuovamente dallo scalpiccio dei passi di altri due
figli delle tenebre che stavano raggiungendo la terrazza. Si voltò,
concentrandosi, richiamando a sé ancora una volta l'energia che le consentiva
di assumere la sua vera forma. A quattro zampe, con gli artigli pronti a
ghermire le sue prede, attese.
Il tetto di casa Batlló era fatto
da maioliche colorate di origine artigianale; tanto belle da vedere quanto scivolose.
La cacciatrice si erse perfettamente in equilibrio con il piede sinistro
leggermente avanzato rispetto al destro. Teneva le braccia leggermente
allargate, impugnando in entrambe due lame angeliche che aiutavano, con il loro
peso, il controllo del baricentro. Essendo scalza percepiva il tenue calore che
le maioliche - in realtà scaglie di drago - emanavano. Lo smalto verde acqua
alle dita dei piedi rivelava quei pochi frammenti di femminilità rimastile.
Addosso portava solo una camicia ed un pantalone scuri e due cinghie che
attraversavano parallelamente il torace, a cui erano assicurati pugnali di
diverse dimensioni e fattezze. Gli occhi color ambra erano rivolti avanti a
lei, fissi sulla figura che le stava dinnanzi. Un uomo anziano all'apparenza,
dalla lunga barba bianca e malandato per le numerose ferite riportate, a
malapena si teneva in equilibrio sul limitare del tetto. Abiti scuri, eleganti,
erano lacerati in più punti, per lo più sugli arti, da tagli profondi, tagli
che rivelarono il sangue scuro del demone. Ricurvo, tremante, dolorante; il
figlio delle tenebre offrì alla sua avversaria uno spettacolo che indegno di un
membro della sua stirpe.
"Hai un'ultima possibilità,
Furcas." Tuonò Diamond con voce fiera.
"Dimmi dove si trova Abigor
e potrei considerare l'idea di non ucciderti." Continuò. Sottovoce, tra sé
e sé, aggiunse "Anche se non basterebbe una sola morte per riparare ai
tuoi crimini."
Il demone lanciò una rapida
occhiata alle sue spalle: dietro di lui solo il vuoto. Le ferite subite in
combattimento gli impedivano di richiamare le arti oscure per teletrasportarsi
altrove. Abbassò il capo, cadendo in ginocchio, esausto.
"Hai vinto, dannata
ragazzina." Batté il pugno destro su una scaglia di drago, scuotendo la
testa: "Ti dirò dove si trova il mio padrone. Almeno dimmi come hai fatto
a sapere che mi sarei rintanato quassù!"
Diamond abbassò appena il braccio
destro per mantenere l'equilibrio. Senza mutare l'espressione severa, rispose:
"Intuito di cacciatore.
Immaginavo che fossi a conoscenza della magia che impedisce ai draghi di
avvicinarsi alla struttura." Lanciò una rapida occhiata intorno a se,
assicurandosi che fossero davvero soli. Da quando era lì aveva la sensazione
che qualcuno la stesse tenendo d'occhio.
"Avanti, adesso è tempo di
parlare."
"E va bene." Sospirò "Abigor
e ciò che resta della sua armata si nascondono in Italia. Precisamente
nel…"
Non terminò la frase.
Una lama dal colore della notte
sbucò dal ventre di Furcas, estirpando per sempre la sua essenza: il corpo si
accasciò sulle scaglie di drago, scivolando poi nel vuoto, precipitando sul
Passeig de Gracia. Diamond, imprecando sottovoce, si concentrò sulla creatura
che si nascondeva nelle tenebre notturne.
"Abi doveva proprio essere
disperato per supplicare per un mio intervento…"
Una voce profonda squarciò il
silenzio, una voce che Diamond percepì direttamente nella sua testa. La ragazza
portò i pugni vicino al volto, impugnando le due lame con la punta verso il
basso. Osservò una creatura dall'aspetto androgino fuoriuscire dall'oscurità,
poggiando i piedi sulla punta esterna del terrazzo. Due paia di ampie ali dalle
piume scure gli facevano da mantello, mentre un terzo paio, il più largo, era
spalancato, forse per assicurarsi un miglior equilibrio. Con indosso abiti di
alta moda francese, la creatura osservò ghignando la ragazza dal profondo delle
pupille color dell'incubo. Incrociò le braccia, studiando per un attimo
l'avversaria.
"Sai chi sono io,
bestiolina?" La cacciatrice scosse la testa, rimanendo immobile.
"Immagino, però, tu sappia
COSA sono. Il mio nome è Jamiel, uno dei primi dieci caduti."
Un brivido freddo attraversò
fulmineamente la schiena di Diamond. Era come sempre molto informata sul tipo
di creatura che aveva davanti, ma non ne aveva mai affrontata una così potente,
non senza essersi ampiamente preparata. In realtà, per qualche motivo che
nemmeno lei sapeva spiegare, come nutriva ammirazione per gli angeli, così
provava terrore per i caduti. Lentamente, l'aura di disperazione che Jamiel
emanava, avvolse completamente la cacciatrice intaccando profondamente il suo
proverbiale animo di diamante.
Jamiel osservò la sua lama,
ancora grondante sangue scuro. Sul volto un'espressione disgustata.
"Ho già lordato abbastanza
la mia arma per stasera." Alzò lo sguardo sulla ragazza. "Ti
eliminerò senza insultare ulteriormente il mio senso estetico, se non ti
dispiace."
Alzò il braccio sinistro verso di
lei, richiamando le arti oscure per evocare un forte vento che scaraventasse
giù la cacciatrice. Rimase stupito quando la vide assumere in pochi istanti una
strana posa, lasciando cadere le lame. La ragazza incrociò sia le braccia che
le gambe, piegandosi leggermente in avanti, in quella che si chiama Garudasana,
posizione dell'aquila. Il vento oscurò si abbatté su di lei, infrangendosi come
i flutti su uno scoglio. Irritato, Jamiel infoderò la spada e alzò anche la
mano destra.
"Riconosco il tuo valore,
bestiolina. Non è da tutti apprendere la vera essenza divina celata negli
asana. Ti renderò omaggio prendendoti sul serio."
Una nuova ondata di energia
oscura sotto forma di forte rivolo di vento colpì in pieno Diamond, travolgendo
la barriera che aveva innalzato contro le arti tenebrose. La forte bufera
distrusse, non senza qualche difficoltà, lo scudo invisibile che la ragazza
aveva evocato attorno a sé per proteggersi. Spalancando gli occhi osservò il
volto soddisfatto di Jamiel mentre si allontanò sempre di più da lui,
precipitando nel vuoto. Il caduto non si affacciò per osservare il corpo della
cacciatrice schiantarsi al suolo. Non gli interessava. Piuttosto camminò dritto
fino ad arrivare alla terrazza in cui una leonessa, stanca, si leccava le
ferite accanto a quattro demoni minori esanimi. Sorrise, avanzando verso
Furaha.
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Capitolo XI
Barcellona, 5 Marzo
2018
Toc, toc.
Daniel Sergei picchiò ancora due
volte il palmo della destra contro lignea porta della stanza 47. Si guardò
intorno, spostando distrattamente le lunghe ciocche scure che coprivano gli
occhi. Attese che una coppietta gli passasse accanto, superandolo per
raggiungere l'ascensore del piano. Li osservò per alcuni attimi, le loro mani
incrociate, i loro sorrisi divertiti. Una volta spariti dietro le porte
metalliche, si assicurò di essere solo per poi inginocchiarsi: frugò tra le
tante tasche del pantalone verde, indumento che Furaha aveva definito
"inguardabile." Sorrise, ripensando per un attimo alla faccia
disgustata che la piccola mutaforma faceva ogni volta che Dan le mostrava un
suo pantalone; anche se i loro cammini si erano incontrati da pochi giorni,
Daniel nutrì da subito un forte affetto per Furaha, forse perché era l'artefice
della felicità di Diamond dopo tanti anni di solitudine. Quando le dita
scorsero sulla plastica rossa di un coltellino svizzero, il maestro tornò in sé
e, rapidamente, prese ad armeggiare nel tentativo di forzare la serratura. Un
"clac" soffuso ne annunciò
la riuscita. Senza esitare oltre, Daniel si rimise in piedi e si inabissò nel
buio della camera.
"E' Lord Jamiel! Fallo
passare, cretino di un gigante!"
L'enorme buttafuori, udendo il suo padrone
tuonare all'auricolare, si fece da parte grugnendo: un ragazzo alto, dalla
pelle pallida come la Luna ,
avanzò facendosi strada tra i ragazzi in fila sul tappeto rosso. Portava in
braccio una creatura alta, dalla pelle scura, probabilmente addormentata,
bellissima. Il piccolo volto di lei era incorniciato da capelli color del
grano, ricci ed arruffati, quasi come la criniera di un leone. Il ragazzo
indossava un jeans chiaro con un disegno tribale nero ed una camicia scura
aperta davanti, in modo da lasciar intravedere l'addome perfettamente allenato.
Lunghi capelli corvini ricadevano sulla nuca e ondulavano piano accompagnando
le sue misurate movenze. In un sottofondo di proteste di chi non voleva essere
superato nella lunga fila - "ma chi si crede di essere?" - Jamiel
oltrepassò l'omone che segnò qualcosa sul blocchetto retto nella sinistra. Il
volume delle casse e le urla delle persone producevano un frastuono assordante:
ragazzini dalle menti offuscate da alcol e droghe di ogni tipo si dimenavano a
caso, accecati dalle luci stroboscopiche. Poche ragazze seminude facevano a
gara a chi rifiutava più avances, mentre qualcuno vomitava in un angolo
suscitando l'ilarità di chi lo circondava. Il caduto attraversò le tredici sale
in cui altrettanti DJ trasmettevano musiche ripetitive e logoranti, quindi
giunse all'entrata del privè. Due buttafuori tanto giganteschi e stupidi come
quello all'uscita lo lasciarono passare. Conosceva la strada. Un piccolo
passaggio segreto dietro il bancone del privè si inabissava nel sottosuolo per
migliaia di gradini, conducendo alla sala delle torture di Abigor: quattro
servitori mezzi topi e mezzi rospi erano impegnati a lucidare gli strumenti di
tortura e predisporre il tutto per lo spettacolo della notte. L'arcidemone
attendeva smanioso, seduto al suo trono oscuro.
"Lord Jamiel, l'onore che mi
concedi questa nott…"
"Non è davvero
necessario." Lo interruppe subito il caduto. Raggiunse uno degli scranni
per gli spettatori di riguardo e vi depositò il corpo di Furaha, con una cura
ed un'attenzione che stupirono l'arcidemone. "Cosa ne sarà di lei?"
Abigor osservò l'interlocutore
quasi come fosse la prima volta che posasse il suo sguardo sulla sua figura
androgina. Lo studiò per qualche intenso attimo, scegliendo attentamente le
parole che avrebbe usato:
"Ho imparato che è inutile
mentire al tuo cospetto, quarto tra i caduti." Ghignò. "La ragazza
servirà innanzitutto per far sollazzare i miei uomini: sai, hanno subito fin
troppe umiliazioni da quella mocciosa e dal vecchio drago bastardo, il loro
morale è in frantumi." Si alzò. La sua imponente figura si mosse
lentamente verso Jamiel. Lo superò, carezzando distrattamente la fronte di Furaha.
"La tortureremo per divertimento e, in secondo luogo, per farci rivelare
le debolezze della cacciatrice. Ciò che resta sarà un'ottima merce di scambio."
Jamiel lo guardò disgustato.
"Per un attimo avevo pensato che tu avessi partorito un'idea più intelligente,
invece sei il volgare infame di sempre. Non che m'importi più di tanto, sia
chiaro: fai recapitare quanto promessomi dove sai entro cinque giorni. Non
un'ora di più." Si voltò per andare via, mentre Abigor si fregava le mani
pregustando il sapore della pelle di Furaha. Nessuno dei due si accorse della
creatura di luce, dalle ampie ali bianche, che senza fretta entrò chiudendo la
porta alle sue spalle. Il demone si pietrificò dallo spavento. Un arcangelo
aveva fatto irruzione nel suo palazzo. Jamiel sorrise: forse la serata stava
assumendo una piega interessante.
I suoi occhi ci misero qualche
istante ad abituarsi all'oscurità della stanza. Poggiò le spalle contro la
parete, sporgendo appena la testa verso la camera da letto. Lo spettacolo che
gli si parò dinnanzi donò lui un retrogusto amaro, una sensazione che gli era
davvero troppo familiare. Sapore di malinconica resa, di cupa disperazione.
L'unica luce che illuminava appena in maniera intermittente la camera da letto
proveniva dal piccolo televisore in cui una giornalista visibilmente felice di
aver ottenuto la diretta annunciava il ritrovamento di alcuni corpi
orrendamente mutilati sul terrazzo di casa Batlló. Rannicchiata alla spalliera
del letto, Diamond dava le spalle al maestro: auricolari bianchi nelle
orecchie, musica a tutto volume per non sentire più il suono del suo
singhiozzare. Daniel le poggiò una mano sulla spalla. Avvertì una fitta al
cuore quando lei volse il capo, mostrandogli il lieve trucco che colava lungo
le guance rotonde, trascinato da pesanti lacrime.
"Sta succedendo da capo! Le persone
che amo mi vengono strappate via mentre mi proteggono: sono così…
patetica."
Dan sapeva che si sarebbe dato
tormento per molti giorni a venire per quello che stava per fare, ma in quanto
maestro, non poté agire altrimenti per il bene della sua allieva. Non fu uno
schiaffo forte, ma provocò ugualmente un piccolo taglio sulla guancia di
Diamond: le cuffie ed il lettore mp3 volarono via. La ragazza portò la mano
destra a coprire la guancia dolorante, portando i grandi occhi color ambra sul
volto severo del maestro, stupita.
"La mia allieva prediletta
non si perde d'animo così facilmente: non ti ho forse insegnato
l'autocontrollo? Non ho forse temprato a dovere il tuo spirito? Non sei l'unica
ad aver perduto una persona cara, quindi fatti forza!" Non attese un
secondo di più, scattando verso di lei, abbracciandola forte. Sentì le sue
lacrime scorrergli sul collo. Avvicinò le sue labbra all'orecchio di lei,
carezzandole la testa come un padre farebbe con la sua figlia.
"C'è ancora speranza!
Troveremo Furaha, troveremo Marcy. Abigor pagherà."
Le parole del maestro
rinvigorirono la cacciatrice. Smise subito di piangere, si asciugò le guance
con un rapido gesto della mano.
La caccia continua.
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Capitolo XII
Norwich, 19 Luglio 2015
"Non mi sembra vero: la
timida Marcy Wilde si sposerà prima di me!"
Mary Ann si stiracchiò sul
lettino, volgendosi con un sorrisetto malizioso verso l'amica. Marcy affondò il
volto tra le braccia incrociate, nascondendo il forte rossore delle guance
all'amica d'infanzia. Dalla finestrella alle loro spalle entravano caldi raggi
di Sole che, diffondendosi uniformemente nella stanza, esaltavano i colori
pastello delle pareti e delle creme e unguenti sui pochi scaffali. I due
lettini erano posti parallelamente per concedere ai clienti la possibilità di
chiacchierare durante i massaggi.
"Uff!" sbuffò Mary Ann,
"Lo shiatsu - si chiama così? - sarebbe dovuto iniziare dieci minuti fa!"
allungò un braccio per scostare una ciocca dei lunghi capelli rossi ricci di
Marcy, rivelando così i suoi occhi color dei lapislazzuli. "Nel frattempo
che ne diresti di parlarmi un po' di lui?"
"D-di Dan?" mormorò
Marcy, facendo timidamente capolino dal suo nascondiglio.
"Di chi, se no?
Pensaci!" Mary Ann si mise a sedere, prendendo le mani dell'amica.
"Vi conoscete da, quanto?
Quattro mesi? E tu sei così sicura di voler sposare uno sconosciuto? Persino la
tua migliore amica non sa nulla di lui!" Aggiunse, sollevando appena il
mento per fingersi indignata.
"Hai ragione. Ma tu sei
appena tornata dallo stage in Italia, non volevo raccontarti tutto a telefono:
ecco perché siamo qui, oggi, solo io e te in una rilassante giornata tra
massaggi e fanghi."
Mary Ann lanciò una rapida
occhiata alla porta, ancora chiusa: "Fallo adesso! Abbiamo tutta la
giornata per noi!"
Anche Marcy abbandonò la
posizione prona per sedersi accanto all'amica, mostrandole, mentre raccontava
del suo primo ed unico amore, alcune foto rimaste in memoria nella sua
inseparabile macchina fotografica professionale. Quella con la data più lontana
risaliva agli inizi di marzo: come era sua abitudine durante le belle giornate,
Marcy Wilde uscì di casa con la sua fidata macchina fotografica per una passeggiata
in cerca d'ispirazione. Poco fuori città c'è un parco pubblico, che già in
passato le offrì ottimi spunti per le sue mostre fotografiche. Quel giorno, nel
parco, oltre ai bambini sulle altalene malandate e ai cani che giocavano con i
padroni, un gruppo di ragazzi sulla ventina, tutti con indosso un'uniforme
bianca, formarono un cerchio attorno ad un uomo dalla barba incolta, con lunghi
capelli corvini che scendevano davanti al volto a nascondere i suoi occhi già
coperti da una benda rossa. Marcy non riconobbe la divisa che portavano gli
allievi; cercò una panchina con una buona visuale dello spiazzale, la raggiunse
e cominciò a fissare il treppiedi, tenendo avidamente d'occhio l'allenamento,
chiedendosi quali arti marziali avrebbero adoperato. In quattro estrassero dai
foderi pugnali di legno d'allenamento, mentre altri quattro osservavano in
disparte, incrociando le mani dietro la schiena. Giravano intorno al maestro,
due in senso orario, due antiorario, facendo attenzione a non ostacolare le
movenze dei compagni e tentando di produrre meno rumore possibile. D'un tratto,
quello che appariva come il più giovane di tutti, scattò verso l'uomo mirando
alla sua schiena, tentando di colpirlo con un affondo.
Clic!
Nella prima foto che Marcy scattò
quella mattina, Dan era buffissimo: aveva la bocca spalancata per l'urlo che
accompagnò il suo contrattacco, e l'alta definizione dell'immagine rivelò un
lungo filo di bava che si estendeva dal labbro inferiore del maestro fino al
suo pugno sinistro. Le due ragazze scoppiarono a ridere fin quasi alle lacrime
mentre Marcy faceva scorrere le immagini che mostrarono come quel rozzo
individuo atterrò non solo i suoi otto allievi, ma anche il proprietario di un
golden retriver che ebbe l'unica colpa di passare di lì per caso. Marcy,
conosciuta dalle amiche come l'incarnazione di timidezza e riservatezza, si
fece coraggio e raggiunse il maestro, presentandosi e mostrandogli le foto.
Le immagini successive ritraevano
i due in un bar di Norwich: lei sorseggiava una gazzosa e salutava con la mano
destra, mentre Daniel appariva alquanto impacciato con il suo energy drink blu.
Non ricordava a chi avesse chiesto di scattare la foto, o quelle successive.
Mary Ann rimase sorpresa del fatto che la grande artista dello scatto lasciasse
la sua preziosissima fotocamera in mani altrui, pur di collezionare ricordi
felici con quell'uomo. Mentre raccontava, Marcy appariva serena, romanticamente
felice. Sul display scorrevano la prima gita fuori città dei due, il primo
allenamento di Marcy - apparentemente tragico, Daniel imprigionato in un
vestito elegante con la ragazza che rideva alle sue spalle in una serata di
gala, il primo bacio sotto il cielo stellato.
Le foto scorrevano sul piccolo
schermo rettangolare, le storie si moltiplicavano e così anche le risate. Le
due amiche avrebbero continuato ancora a lungo se la massaggiatrice non fosse
entrata trafelata nella stanza, scusandosi del ritardo e lamentandosi del
traffico. Mary Ann insistette perché Marcy fosse la prima e, nel frattempo,
continuò a guardare da sola le foto. Senza farsi accorgere dall'amica, tornò
indietro alle immagini dell'allenamento al parco: attivò lo zoom sul maestro,
direzionando l'immagine verso i ruvidi dorsi delle sue mani. Serrò gli occhi
per vedere meglio e trasalì appena quando scorse le cicatrici a forma di croce.
Bingo!
La sera arrivò presto e la
giornata di trattamenti di bellezza tra amiche del cuore giunse al termine.
Marcy, come promesso, pagò il conto anche per l'amica, che la prese
sottobraccio ed, insieme, si diressero verso l'uscita. Percorrendo il vialetto
che conduceva al parcheggio sul retro le due si imbatterono in un uomo alto,
muscoloso, vestito con un abito scuro. Alle sue spalle una limousine nera.
"Miss Wilde?" domandò
l'omone.
Le ragazze si scambiarono
un'occhiata, quindi Mary Ann fece un passo in avanti:
"Chi la cerca?"
"Sono stato inviato da
mister Daniel Sergei; ho l'ordine di accompagnare miss Wilde ad un locale fuori
città, ma mi è stato chiesto di non dire di più per non rovinare la
sorpresa."
Mary Ann si voltò verso l'amica,
sfoggiando il suo più radioso sorriso.
"Vai Marcy, cosa
aspetti?" Le soffiò un bacio sulla guancia, quindi osservò l'amica salire
timidamente sull'auto di lusso. Aspettò che si allontanasse, controllò di essere
finalmente da sola, quindi portò all'orecchio il cellulare.
"Era lui l'uomo che cercavi.
Pardon, il drago."
"Bene. Quella creatura
pagherà per tutti i miei servitori che ha epurato: avrà ucciso più di mille
demoni in cento anni, da solo - aggiunse, la voce colma d'odio - Cosa ne è
stato della ragazza?"
"Presa in custodia da Caronte,
come ordinato. A breve sarà traghettata dove hai richiesto."
"Sono colpito, Haborym: per
una volta hai portato a termine un incarico senza rovinare tutto alla fine come
tuo solito. Avrai la ricompensa promessa, raddoppiata, per il tuo buon
servizio. Rientra appena puoi."
"Sei troppo buono, Oscuro
Male. Ah, signore?"
"Cosa c'è ancora?"
"Cosa devo farne del corpo
di Mary Ann?"
"Cosa vuoi che me ne
importi? Divoralo, fallo sparire! Ho cose più importanti di cui occuparmi
ora."
"Chiedo scusa. Chiudo."
Mise nuovamente in tasca il
telefono, facendo per incamminarsi verso l'auto. Non si sarebbe mai aspettato
di trovare Dan nel parcheggio: si paralizzò, sgranando gli occhi. Il maestro si
grattò il mento, rivelando palesemente la croce sul dorso della mano destra. La
sigaretta penzolava dalla bocca semiaperta: era accesa, ma non veniva liberato
fumo dalla combustione. Haborym avrebbe voluto indietreggiare, correre via,
uscire da quel corpo maledetto, ma qualcosa impediva anche il più semplice
movimento. Daniel avanzò verso la creatura, facendo scrocchiare rumorosamente i
polpastrelli chiusi a pugno.
"Dobbiamo parlare, tu ed io.
Ci sono delle domande a cui devi proprio rispondere. Ah, a proposito: le
torture che voi demoni imponete ai dannati negli inferi… beh, non sono nulla paragonate
a quello che stai per provare."
Daniel si risvegliò in una pozza
di sangue scuro. I poveri resti del demone giacevano sparsi per tutta la stanza
insieme ad un numero spropositato di mozziconi di sigaretta. Sul muro si
potevano notare i segni della rabbia del maestro, che dalle labbra del rapitore
di Marcy era riuscito a strappare un solo nome:
Abigor.





Mi piace come sta proseguendo il racconto, complimenti! Mi piacerebbe capire cosa sia successo a Diamond dopo la morte del marito, quale allenamento abbia seguito, cosa sia scattato in lei, insomma come, da normale "umana" ,sia diventata quello che è adesso. Interessante sarebbe anche capire qualcosa in più di come funziona questa società dei cacciatori. Keep up the good work!
RispondiEliminaSergio (Glodan :D)
Anche io penso che sarebbe bello conoscere di più della storia di Diamond, magari attraverso qualche flashback un pò più approfondito. Comunque gran bel lavoro...complimenti!
RispondiEliminaGrazie ragazzi, il prossimo capitolo conterrà sicuramente qualche informazione in più sulla nostra Diamond. Ma non voglio farvi spoiler :D (Comunque grazie per i complimenti, mi rendete felice)
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